Le finanze cantonali non sono un esercizio tecnico. Sono la misura concreta della capacità di un Cantone di governare se stesso. Un bilancio sano permette di investire, garantire servizi essenziali e mantenere competitivo il territorio. Un bilancio fragile restringe lo spazio di decisione politica e prepara quasi sempre la stessa conclusione: più imposte, più tasse, più oneri per cittadini e imprese.
Il Ticino è arrivato a un punto in cui non bastano più formule rassicuranti. Il Consuntivo 2025 ha chiuso con un disavanzo di 32,5 milioni di franchi. Il Preventivo 2026 prevede un disavanzo d’esercizio di 97,4 milioni. Il debito pubblico si avvicina ai 2,9 miliardi e il capitale proprio resta negativo: una nota di demerito pesante per un Cantone che dovrebbe ambire a ben altra solidità. Il Piano finanziario, non aggiornato all’implementazione delle due iniziative sulle casse malati, indica disavanzi ancora più marcati: circa 168 milioni nel 2027 e oltre 300 milioni nel 2028. Soprattutto, secondo le proiezioni, il debito pubblico sfiorerà i 4 miliardi nel 2029. Un vero e proprio disastro.
Una tendenza strutturale non si corregge con comunicati prudenti, rinvii eleganti o appelli generici alla responsabilità. Si corregge con decisioni politiche chiare. Anche quando sono scomode. Soprattutto quando sono scomode.
Chi fa impresa lo sa bene. Quando un’azienda entra in difficoltà non può limitarsi a spiegare che i costi aumentano. Deve rivedere i processi, comprimere le spese, rinviare ciò che non è indispensabile e chiedersi ogni giorno se un’attività possa essere svolta meglio, più rapidamente e a costi inferiori. Soprattutto, deve dire no a nuove spese e a nuovi investimenti quando non se li può permettere. È la differenza tra una gestione responsabile e una gestione che scarica i problemi sul futuro.
La politica cantonale, invece, troppo spesso si comporta come l’orchestra del Titanic: continua a suonare mentre l’acqua entra già nelle scarpe. Riconosce il problema, lo commenta, lo deplora, ma poi ogni spesa trova una giustificazione e ogni rinuncia diventa impossibile. Lo Stato dovrebbe applicare almeno la disciplina che pretende dall’economia privata: un’impresa che sbaglia paga le proprie scelte. Lo Stato, quando sbaglia, presenta invece il conto ai contribuenti.
Ritengo che il principio debba essere chiaro: prima di chiedere altri sacrifici a cittadini, famiglie e imprese, lo Stato deve dimostrare di saper spendere meglio le risorse che già riceve. La soluzione non può essere l’aumento automatico della pressione fiscale. Anche perché i cittadini, in più votazioni popolari, hanno indicato la via: agire sulla spesa, non sulle entrate. Ogni nuovo prelievo indebolisce consumi, investimenti, occupazione e attrattiva.
Non tutto ciò che è finanziato dallo Stato è prioritario. Non ogni sussidio è indispensabile. Non ogni ufficio migliora il servizio. Sicurezza, scuola, giustizia, infrastrutture e servizi fondamentali vanno garantiti. Proprio per proteggerli occorre verificare il resto: doppioni amministrativi, procedure inutili, consulenze esterne, automatismi di spesa, sussidi non valutati con rigore e strutture cresciute per stratificazione. Uno Stato serio non misura la propria efficacia dalla quantità di franchi spesi, ma dai risultati ottenuti.
Nel dibattito pubblico le dichiarazioni di principio non mancano. Anche tra le forze borghesi vi è spesso sincera preoccupazione per i conti cantonali. Molti riconoscono che la crescita della spesa è un problema. Tutti dichiarano di volere finanze sane. Ma quando si passa dalle parole ai voti, il quadro cambia. Ogni proposta concreta di contenimento, riduzione o anche solo di mancato aumento della spesa incontra subito eccezioni, distinguo, rinvii e giustificazioni. Così il rigore resta condiviso nei discorsi, ma troppo raramente diventa conseguente nelle decisioni.
Sono convinto che questa distanza tra diagnosi e coraggio politico sia oggi il vero nodo.
Non si può denunciare il deterioramento dei conti e poi, al momento decisivo, trovare sempre una buona ragione per non intervenire. Non si può chiedere responsabilità in astratto e poi arretrare davanti a ogni misura concreta. Governare significa scegliere. E scegliere significa anche dire no.
Il Decreto Morisoli ha indicato una direzione corretta: riportare la crescita della spesa entro limiti sostenibili e costringere politica e amministrazione a confrontarsi con priorità reali. Lo stesso vale per l’iniziativa “Stop all’aumento dei dipendenti cantonali”, lanciata dall’UDC con altri partiti borghesi e con il sostegno delle associazioni economiche: l’apparato cantonale non può continuare a crescere mentre famiglie e PMI sono obbligate a contenere costi e rinunciare a ciò che non possono permettersi.
Le elezioni cantonali dell’aprile 2027 saranno un passaggio decisivo. Con la rinuncia dell’attuale direttore del DFE, Christian Vitta, si aprirà una fase nuova. Sarà l’occasione per affidare il Dipartimento a chi saprà portare competenza amministrativa, strategia, visione e soprattutto coraggio politico: fissare priorità, contenere la spesa, resistere alla tentazione di nuovi prelievi e dire che non tutto ciò che è desiderabile è sostenibile. Non c’è alterativa.
Piero Marchesi,
Imprenditore, Consigliere nazionale e Presidente UDC Ticino









