La società economica liquida dell’ultimo decennio si caratterizza per l’evidente perdita di alcuni fondamentali che si basavano sulla concretezza e la certezza. L’instabilità delle strutture produttive, la precarietà delle relazioni lavorative e la velocità con cui si trasformano i bisogni dei consumatori stanno convertendo alcune regole che trovavano la propria ragion d’essere nella real economy, in un terreno instabile, pieno di incertezze e definibile liquido.
Il sociologo Zygmunt Bauman ha coniato il concetto di “modernità liquida” per descrivere questa epoca in cui ogni solida istituzione – dalla famiglia ai partiti politici, dalle imprese al welfare – si scioglie e si riforma senza sosta e posa, assumendo forme effimere e adattive. Allo stesso modo, l’economia liquida è un sistema in continua metamorfosi, dominato dalla flessibilità, dalla fluidità delle risorse e dai mercati sempre meno identificati dalle identità professionali. Concetti che una volta erano legati all’efficienza e all’elasticità in termini positivi oggi tendenzialmente lo sono meno.
Questa trasformazione non offre più percorsi lineari e quasi garantiti. Per esempio nel lavoro il contratto a tempo indeterminato, un tempo simbolo di stabilità, è ormai una rarità, soppiantato da forme contrattuali flessibili – partite IVA, contratti a progetto, collaborazioni occasionali – che trasferiscono sul lavoratore il rischio d’impresa. Questo modello, spacciato come più efficiente, genera senso di insicurezza: l’individuo non sa più se il proprio reddito resisterà alle prossime crisi o ristrutturazioni aziendali o alle oscillazioni della domanda globale. La crescente diffusione delle piattaforme digitali ha creato nuovi e veloci spazi di guadagno, ma spesso anche di sfruttamento dove il lavoratore diventa un micro-imprenditore che fornisce servizi “on demand” in un regime anche di (folle) elasticità oraria.
L’economia liquida valorizza sicuramente, da una parte, l’ampliamento degli orari senza soluzione di continuità mentre dall’altra pretende che ogni bene o servizio possano essere forniti o erogati in qualsiasi momento e da chiunque, purché dotato di uno smartphone. Il rovescio della medaglia è una concorrenza spietata e un’assenza di tutele – malattia, ferie, contributi pensionistici – che ricadono sull’intera società sotto forma di maggiori costi sociali. In questo mondo liquido la fa da padrone la piena libertà di circolazione dei capitali: le borse mondiali, con i loro algoritmi di trading ad alta frequenza, trasformano ogni informazione in opportunità di profitto o, spesso, di tragedia finanziaria istantanea.
Le imprese industriali, per cogliere rendimenti più elevati, si rivolgono sempre più spesso alla finanza, piuttosto che investire in processi produttivi a lungo termine. Di conseguenza, si accentua la disconnessione tra economia reale ed economia finanziaria. La ricchezza viene prodotta dal digitale e per il digitale, lontano dal reale fare e produrre, amplificando le bolle speculative e le crisi improvvise. I consumatori stressati e soffocati dall’esserci in questa economia liquida, cambiano continuamente e incostantemente i gusti e i loro stili di vita. La pubblicità personalizzata e gli e-shop suggeriscono, meglio dire impongono, in tempo reale prodotti su misura, incentivando la gratificazione immediata.
Il bene, inteso come acquisto per durare, perde valore di fronte all’usa e getta: smartphone che si sostituiscono dopo un paio d’anni, abiti low cost che seguono le tendenze effimere, contenuti digitali che si susseguono senza lasciare traccia, cultura svenduta e ignoranza dominante. Così, l’identità stessa diventa un cantiere aperto, modellata dai consumi e dalle reti sociali che contribuiscono ad alimentare la follia dell’individuo, l’esaltazione del mostrarsi per ciò che non si è piuttosto che stimolare la crescita del proprio valore.
Le organizzazioni aziendali si trasformano: dal modello gerarchico alla rete orizzontale. Nascono imprese “liquide” senza sede fissa, che coordinano risorse disperse in tutto il pianeta, affidandosi a team temporanei e quasi fantasma. Le piattaforme digitali assumono il ruolo di intermediari di mercato, indirizzando l’accesso a fornitori e clienti. In nome dell’efficienza, però, si erode la fiducia: la relazione tra azienda e stakeholder diventa più fredda, guidata da algoritmi e indicatori di performance. L’incontrollata corsa delle notizie, anche fake, dei flussi commerciali e finanziari rende l’economia mondiale più interconnessa ma anche molto più vulnerabile. Un evento a un’estremità del globo – un blocco, una crisi bancaria regionale, un cyber attacco – può propagarsi rapidamente, interrompendo catene del valore complesse, la “teoria del caos” la fa da padrona. Le consegne immediate (just in time) riducono i costi di magazzino, ma limitano qualsiasi margine di sicurezza contro shock imprevisti di mercato.
In un contesto così confuso i Paesi faticano a svolgere la funzione regolatrice e redistributiva. Le norme nazionali si scontrano con la mobilità internazionale di capitali e imprese; le politiche di welfare, allora modellate per un lavoro stabile e duraturo, non riescono più a coprire adeguatamente i nuovi “precari liquidi”. Le risposte emergono a livello sovranazionale o locale, in un mosaico di interventi spesso disomogenei e disorganizzati.
Di fronte alla liquidità eccessiva, si affacciano dibattiti su come “ri solidificare” alcuni settori. Si propone un salario minimo, forme di reddito di base incondizionato, il rafforzamento dei sindacati digitali, la tassazione delle piattaforme per finanziare la protezione sociale. Si parla di economia circolare per superare l’usa e getta, di comunità energetiche per ridurre la dipendenza da catene globali, di filiere territoriali per valorizzare produzioni artigianali e sostenibili, per poi rimettere tutto in discussione alla prima crisi.
Questo, purtroppo, è il riflesso dei nostri tempi: un mondo in cui il cambiamento peggiorativo è quasi una costante. Se da un lato la flessibilità e il cambiamento possono favorire l’innovazione e l’adattamento, dall’altro generano incertezza e disuguaglianza. Il grande tema del futuro sarà trovare un equilibrio tra fluidità e stabilità, affinché il benessere non diventi vittima dell’eccessiva rapidità dei cambiamenti, ma resti ancorato a diritti, tutele e robuste relazioni sociali. Questo cambiamento deve essere guidato dai singoli che, insieme, costituiscono una voce comune e forte, degna di ascolto. Invece siamo sempre pronti a puntare il dito contro qualcuno come se noi vivessimo su un altro pianeta.










