ignora Rosso, qual è la filosofia di base che guida il suo lavoro come CEO di Planhotel?
Planhotel nasce dalla visione dei nostri genitori, fondatori del tour operator Francorosso. Fin dall’inizio, il loro obiettivo è stato quello di mettere il cliente al centro di ogni decisione, cercando di creare esperienze di viaggio memorabili e autentiche, proprio come quelle che loro stessi avrebbero desiderato vivere. Il rispetto per il cliente e la cura per ogni dettaglio sono sempre stati valori fondamentali. Fu con questo spirito che decisero di aprire il primo hotel a Malindi, in Kenya. Questa filosofia è per noi un’eredità preziosa, che oggi continua a guidare ogni aspetto del nostro lavoro. Crediamo profondamente nel potere delle emozioni: sogniamo insieme ai nostri ospiti, li accompagniamo nella scoperta di luoghi straordinari, cercando di sorprenderli e coccolarli con esperienze uniche e superare le loro aspettative. Operiamo in destinazioni in cui la natura è protagonista, come il Kenya, le Maldive, Zanzibar, perché siamo convinti che certi luoghi abbiano la capacità di lasciare un segno profondo. Il nostro impegno quotidiano è fare tutto il possibile per far sì che ogni soggiorno diventi un ricordo memorabile.
Nella sua carriera ha lavorato in contesti molto diversi: Europa, Africa Orientale, Maldive. In che modo queste esperienze hanno modellato il suo approccio manageriale? Che cosa le hanno lasciato?
Queste esperienze mi hanno arricchita profondamente, sia sul piano umano che professionale. Ogni paese, ogni cultura ha qualcosa da insegnare, e poter lavorare in contesti così diversi è stato un vero privilegio. Mi ha permesso di sviluppare una visione più ampia e flessibile, soprattutto più empatica. Confrontarmi con stili di vita e mentalità differenti mi ha insegnato che non esiste un solo modo di comunicare o di gestire le persone: bisogna saper ascoltare, adattarsi, trovare linguaggi comuni anche quando sembrano lontani. È un po’ come imparare tante lingue – non solo idiomi, ma veri e propri codici culturali – per poter davvero entrare in connessione con chi ti sta di fronte.
Il The View è una delle nuove strutture d’accoglienza che negli ultimi anni ha avuto più successo. Come nasce l’idea per un nuovo resort o un nuovo servizio nel settore dell’hospitality?
È sempre stato un sogno avere un albergo nella città in cui viviamo. Quando ci è stata presentata questa struttura in cerca di un gestore, siamo andati a vederla e ce ne siamo subito innamorati. È stata una sfida, perché diciotto camere sono poche e spesso non hanno senso dal punto di vista economico. Ma la bellezza della struttura ci ha fatto subito capire che a Lugano mancava qualcosa del genere, che poteva colmare un vuoto per una nicchia di mercato ancora inesplorata. Ci avevano detto che i clienti disposti a pagare oltre 1000 franchi a notte privilegiavano altre mete. Noi, invece, abbiamo creduto nelle potenzialità della destinazione e della struttura e così abbiamo deciso di proporci come destinazione per questa clientela esclusiva. È stata una vera e propria scommessa, che oggi possiamo dire di aver vinto. Lo confermano anche molti ospiti affezionati, alcuni dei quali frequentano da anni le nostre altre strutture.
Lei fa parte anche del comitato dell’Associazione Imprese Familiari. Qual è il valore aggiunto che un’impresa familiare dà a un manager?
Trovo che l’Associazione Imprese Familiari sia una bellissima iniziativa: abbiamo appena festeggiato i primi dieci anni e ciò dimostra quanto sia solida e significativa. Ci unisce la passione, ma anche l’ambizione di fare qualcosa che vada davvero a beneficio del territorio. Non basiamo la nostra attività solo sul margine di guadagno, ma soprattutto sul contributo che possiamo dare alla vita degli altri. Questo significa offrire ai clienti prodotti e servizi che migliorano la loro qualità di vita, ma anche creare un ambiente di benessere per i collaboratori delle aziende familiari. L’Associazione, inoltre, ci dà la possibilità di condividere esperienze, di confrontarci su come affrontare le sfide e di creare un dialogo costruttivo tra le diverse generazioni, anche se operiamo in settori molto diversi. È un network molto importante, soprattutto per i giovani che iniziano a imparare e a confrontarsi tra loro. Inoltre, l’Associazione è molto attiva nella formazione, offrendo seminari, corsi e occasioni di crescita continua, elementi fondamentali per rafforzare le competenze e sostenere il futuro delle imprese familiari.
Tra le sue molte formazioni ha seguito il programma “Women on Boards” ad Harvard: quali consigli darebbe a una donna che ambisce a entrare in un CdA?
Essendo sempre stata CEO dell’azienda, non avevo i classici limiti legati alle responsabilità dei CdA. Spesso mi chiedevo quali fossero i confini tra il ruolo di un CEO e quello di un Consiglio di Amministrazione. Il corso “Women on Boards” ad Harvard – al quale sono arrivata quasi per caso, accompagnando mio figlio all’Università a Boston – è stato perfetto per colmare queste lacune. È stata una full-immersion di cinque giorni molto intensa, dalla quale ho imparato tantissimo. In particolare, ho appreso una metodologia basata su casi concreti, tipica di Harvard, che permette di affrontare situazioni reali con analisi approfondite. È stato inoltre molto arricchente confrontarmi con altre donne di ambiti diversi, con esperienze e background differenti.
Il mio consiglio per una donna che aspira a entrare in un CdA è quindi di cercare sempre occasioni di formazione pratica, di costruire una rete di contatti e di avere il coraggio di portare il proprio contributo unico, sapendo che il confronto con realtà diverse è una fonte preziosa di crescita.
Ci sono altre aree geografiche o settori che le piacerebbe esplorare professionalmente? O progetti in fase di sviluppo nel suo gruppo che vedranno la luce prossimamente?
Personalmente, far parte del CdA di una scuola come la Tasis di Montagnola, negli ultimi anni mi ha profondamente cambiato e arricchito. Inoltre, lavorando in paesi in via di sviluppo, ho maturato una consapevolezza importante: il desiderio di contribuire a offrire ai giovani di quei territori un’educazione e una formazione di qualità. Credo fermamente che l’educazione sia il miglior investimento possibile, perché permette a ciascuno di diventare artefice del proprio futuro.
Il mio obiettivo – una volta terminato il mio ruolo esecutivo – è perciò quello di dedicarmi ad attività che favoriscano l’accesso alla formazione, sia per i giovani sia per gli adulti, in modo che possano mettere a frutto ciò che hanno imparato, costruendo percorsi concreti tra scuola e lavoro. In questo senso vedo nel settore dell’ospitalità un margine significativo per creare opportunità di lavoro dedicate ai giovani, offrendo loro spazi dove esprimersi, sviluppare idee e sperimentare nuove soluzioni.
Come giudica il Ticino turistico? Quali aspetti, a suo giudizio, potrebbero migliorare nella promozione, nelle infrastrutture e nel sostegno politico?
Premetto che, lavorando al The View, ho scoperto un’importante realtà come Svizzera Turismo e, di conseguenza, Ticino Turismo e Lugano Turismo, non mi ero mai confrontata con un sistema così efficiente come quello svizzero. Qui c’è un vero e proprio esercito di professionisti preparati, ambasciatori della Svizzera turistica nel mondo. Il Ticino beneficia di questa rete di professionisti e della loro competenza. Ticino Turismo, in particolare, dimostra una grande capacità di visione strategica, come nel caso dell’utilizzo dei pantoni legati alle destinazioni, che ci ha permesso di inserire il nostro nome a livello internazionale.
La mancanza più importante in Ticino sono i grandi brand e le catene alberghiere di rilievo, come quelle che si sono affermate nella vicina Como. Queste catene offrono programmi di fidelizzazione che incentivano i clienti a tornare in altri hotel della stessa catena, una dinamica che qui ancora non esiste. Noi, con Small Luxury Hotels, abbiamo avuto la fortuna di poter beneficiare di un accordo con Hilton, che consente agli affiliati di utilizzare i punti fedeltà, ma si tratta ancora di un’eccezione. Occorre davvero fare di più, creare reti tra le varie strutture, per attirare i brand.










