È risaputo che, se ci si reca in un supermercato nelle province di Como o Varese, si nota immediatamente – dalle targhe delle autovetture – che almeno metà della clientela è residente in Svizzera. È altrettanto evidente che fare la spesa in Italia è nettamente meno costoso, e i prodotti sono spesso esattamente gli stessi. Tutti lo sanno, tutti lo fanno, tranne qualche virtuoso nazionalista che, per ragioni puramente politiche o morali, continua imperterrito a rivolgersi al mercato nazionale.
D’altra parte, la spiegazione è molto semplice: il livello salariale in Svizzera è superiore a quello italiano, e quindi distribuzione, logistica e affitti hanno un costo maggiore. È evidente che tali costi vengano assorbiti dal prezzo della merce.
Nel caso della classica spesa effettuata da un privato, l’unico vero vantaggio offerto da un supermercato svizzero è la vicinanza fisica, evitando così viaggi, traffico, rischi di danneggiamento dell’auto nel parcheggio o perdite di tempo dovute alle operazioni doganali e al pagamento dell’IVA svizzera (qualora si vogliano rispettare le disposizioni legislative vigenti). Ma nel nostro settore – ovvero nei rapporti B2B, tra professionisti e aziende di installazione del settore RVCS – ha davvero senso fare “shopping” in Italia?
Premesse importanti
Un installatore può acquistare tutta la componentistica necessaria per un impianto sul territorio italiano, decidendo se importarla direttamente come azienda o rivolgersi a rivenditori (e non distributori ufficiali – spiegherò dopo la differenza) che importano i prodotti.
Detto questo, è fondamentale essere consapevoli che alcuni prodotti non devono solo essere certificati CE (certificazione necessaria anche in Svizzera), ma devono anche rispettare le normative locali svizzere (SIA, SVGW, ORRPChim) che impongono ulteriori certificazioni o accorgimenti tecnici non sempre richiesti in Italia.
Prodotti come serbatoi di accumulo per uso sanitario, e ancor più i generatori di calore (pompe di calore o caldaie), non possono essere importati senza adeguate verifiche e senza la relativa documentazione conforme alle normative svizzere.
Le categorie di rischio
Si possono distinguere tre categorie di prodotti impiantistici in base al rischio legato all’importazione diretta o parallela:
– Prodotti a basso rischio: tubi dell’acqua, rubinetti, accessori statici e, in generale, componenti non pericolosi per la salute o la sicurezza pubblica. In questi casi, i materiali acquistati in Svizzera sono identici a quelli importati. Il vantaggio di un’eventuale importazione diretta è il prezzo (ma non sempre), spesso a discapito della logistica di cantiere e dell’assistenza offerta da un rivenditore locale;
– Prodotti a rischio medio: serbatoi di accumulo per acqua sanitaria, pompe dell’acqua;
– Prodotti ad alto rischio: pompe di calore, refrigeratori d’acqua, condizionatori d’aria, caldaie.
Ad esempio, le pompe di calore vendute in Italia spesso non rispettano la normativa ORRPChim, le norme SIA sull’efficienza energetica e non dispongono della certificazione EHPA necessaria per accedere agli incentivi svizzeri.
Questione garanzia
Vi sono inoltre problemi legati alla garanzia dei prodotti. Tutti i costruttori differenziano la garanzia per l’Italia da quella per l’estero. I produttori affidano ai Centri di Assistenza Tecnica (CAT) l’attivazione e la gestione della garanzia per il mercato italiano.
In altre parole, se si acquista un prodotto da un rivenditore italiano (o direttamente dalla casa madre) senza dichiarare che sarà installato in Svizzera – pratica piuttosto comune – il CAT della zona di vendita (spesso in Lombardia, nel caso del Ticino) viene incaricato dell’assistenza. Riceve una quota sul prezzo per il servizio, ma non interviene quando scopre che il prodotto si trova in Ticino, poiché non è autorizzato a operare sul territorio svizzero. Se invece si dichiara correttamente l’installazione in Svizzera, il costruttore, per garantire assistenza e garanzia, richiederà l’intervento del distributore ufficiale presente sul territorio elvetico. Questo comporta un costo aggiuntivo che, sommato al prezzo d’acquisto italiano, rende spesso nullo il risparmio, avvicinando il prezzo a quello svizzero.
Anche qui la spiegazione è semplice: il costo orario minimo di un frigorista diplomato in Svizzera è di 90 franchi l’ora, mentre in Italia è di circa 50 euro.
E se si comprasse direttamente in Svizzera?
Anche in questo caso, occorre fare molta attenzione. Come anticipato, esiste una differenza sostanziale tra rivenditore e distributore ufficiale.
Quest’ultimo, se rappresenta un marchio serio e riconosciuto a livello internazionale, deve rispettare requisiti specifici:
– Generare un fatturato minimo con il produttore;
– Disporre di una struttura tecnica adeguata;
– Avere un magazzino con ricambi essenziali;
– Partecipare regolarmente a corsi di formazione.
Il rivenditore, al contrario, compra e rivende senza vincoli qualitativi o strutturali.
Queste differenze sono molto considerate nella Svizzera tedesca e francese, ma spesso ignorate in Ticino, a mio avviso per ragioni culturali.
Conclusione
Nella mia esperienza professionale, ho visto aziende che, per risparmiare qualche punto percentuale, hanno effettuato acquisti che si sono rivelati molto problematici.
Il mio consiglio: valutate sempre attentamente se “il gioco vale la candela”.
Davide Chessa, CEO Riclima SA










