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La relazione circolare che riscrive il nostro futuro

Il benessere ambientale è stato il tema principale della recente COP-26, la ventiseiesima edizione della conferenza organizzata dalle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici svoltasi a Glasgow.

17 Dicembre 2021
in TI Economy
Tempo di lettura:6 minuti di lettura
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La relazione circolare che riscrive il nostro futuro
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L’argomento è importante, ma non è il solo da cui dipende il destino delle prossime generazioni. Il motivo è presto spiegato: in un periodo di digitalizzazione, il futuro sostenibile sta lentamente evolvendo in priorità da valutare in una prospettiva più ampia di quella cui siamo abituati. Perché oggi il benessere ambientale che ci riguarda deve comprendere anche i nuovi interlocutori digitali con cui stiamo avviando un rapporto reciproco, circolare, una interdipendenza sempre più stretta e che, come arriveremo a concludere, manifestano esigenze di considerazione pari a quelle che riserviamo a tutti gli attori già attivi nel nostro tessuto sociale.

Per il momento le limitazioni che ci hanno impegnato nell’ultimo biennio sembrano avviarsi ad essere archiviate. La società ora si interroga sulle nuove priorità, scomponendo la trama dei suoi progetti, cercandoli, per recuperarli dove li aveva lasciati, ed aggiornarli. È un esercizio urgente e necessario, prima
che le conseguenze ci colgano impreparati. Niente di nuovo sotto il sole: abbiamo già vissuto queste situazioni. Ma oggi è diverso.

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Perché il futuro verso cui ci avviamo non è strumentale, al servizio delle nostre esigenze, passivo, ma sviluppa necessità accresciute ed autonome, gestendole come, se non meglio di quanto consentito alle nostre capacità, per traghettarci verso prospettive inedite.
Lo sviluppo digitale che abbiamo seminato negli ultimi vent’anni si è lentamente trasformato in un giardino incantato in cui durante il confinamento ci siamo rifugiati e che oggi è difficile da abbandonare, ma che dobbiamo evitare diventi una inquietante selva oscura, un labirinto inestricabile dove potremmo renderci conto di essere regrediti da protagonisti a semplici spettatori.

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l decalogo delle Innovazioni

È quanto delineato dallo studio “Il decalogo delle innovazioni che per McKinsey influenzeranno lo sviluppo tecnico del nostro decennio”.
Questo report è preparato dagli esperti della omonima, oltre che la più nota, fra le multinazionali americane attive nella consulenza strategica internazionale, e viene segnalato dal World Economic Forum, uno dei maggiori centri mondiali di ricerca.

Il decennio in corso, esordiscono le previsioni degli studiosi, ci sta traghettando verso un progresso tecnologico superiore a quello che abbiamo sviluppato nell’intero ultimo secolo. È una evoluzione guidata da innovazioni soprattutto tecnico-informatiche, una decina secondo gli esperti, che superano pregiudizi ed abitudini cui siamo talmente assuefatti da scordarcene. McKinsey osserva che nei soli ultimi tre mesi del 2019 l’e-commerce, la compravendita online, ha silenziosamente raggiunto volumi che in condizioni normali avrebbe impiegato un decennio a consolidare.

Questo non è che un semplice esempio di come sia urgente individuare i filoni di sviluppo più redditizi ed innovativi che si accingono a rivoluzionare il nostro sistema commerciale, e di riflesso anche sociale ed etico. Il decalogo di queste innovazioni comincia dalla automazione, la virtualizzazione dei
cicli produttivi, che entro il 2030 si avvia a trasformare la metà delle odierne procedure industriali.

“Già entro il 2025”, avvertono i ricercatori, “oltre 50 miliardi di dispositivi digitali seguiranno i protocolli dell’Industrial Internet of Things-IIoT”. In parole semplici, la filiera produttiva sta per raggiungere competenze decisionali autonome. Inoltre, la combinazione di innovazioni come robotizzazione, automazione e produzione tridimensionale 3-D di oggetti, porteranno a 79.4 zettabytes, ottanta miliardi di terabytes, la fattura annuale della memoria elettronica che dobbiamo rendere necessaria al grande fratello digitale affinché esegua queste mansioni al nostro posto.

Si tratta di evoluzioni che sollecitano, in parallelo, anche uno sviluppo delle connessioni digitali. Per due motivi. Innanzitutto per padroneggiare l’alleanza di tecnologia 5G ed Internet delle Cose-IoT, le macchine che pensano da sole, ed inoltre anche per controllare a distanza tutta la value chain, la filiera industriale che porta il prodotto finito a raggiungere il valore di mercato. “I progetti collegati alla mobilità, alla medicina, all’industria e al commercio”, prevedono gli esperti di McKinsey, “entro il 2030 porteranno capacità e redditività produttiva, il prodotto interno lordo-PIL mondiale, a raddoppiare dagli attuali 1.2 a 2 milioni di miliardi di dollari”.

La riconversione digitale

Questo favorirà una riconversione digitale dei sistemi industriali in un’ottica strategica oltre che territoriale. “Entro il 2022”, continua il report, “il 70% delle aziende gestirà le sue risorse informatiche tramite archivi digitali, clouds”, le nuvole di memoria sospese in un universo digitale libero da confini e tasse, “con un miglioramento aziendale in termini di flessibilità, innovazione, procedure interne, costi e sicurezza digitale”.

Conseguenza logica di queste applicazioni è un pari incremento delle capacità decisionali che si sviluppano in forma artificiale:

“la nuova generazione di computers”, avverte McKinsey, “risolvendo i problemi che assilla￾no scienziati e società civile, migliora anche il ciclo economico. Queste innovazioni coinvolgono non solo settori come finanza, viaggi e turismo, movimentazione di merci, logistica, tecnologie avanzate, interscambio di materie prime ed energia, ma anche tutte le ulteriori attività oggi gestite tramite dati sensibili e che saranno da proteggere quando l’intelligenza artificiale verrà abilitata a servirsene in modo autonomo”.

Facciamo una sosta, ricordiamolo: l’intelligenza artificiale-AI, creata ad immagine e somiglianza delle nostre competenze, si appresta a migliorarle in modo indipendente e creare nuova AI, parimenti autonoma oltre che artificiale. In teoria, niente di male. Non fosse che la memoria disponibile dalla AI è infinitamente superiore a quella umana, e quindi può raggiungere risultati che noi possiamo solo ipotizzare.

Risultato: “prepariamoci”, osserva il report di McKinsey, “ad applicazioni digitali più performanti e strutturate oltre le nostre capacità”.
Si tratta di indizi che anticipano l’esordio di ulteriori esigenze: perché delle competenze immateriali, oltre che compiacerci e servircene, dobbiamo anche fidarci, predisponendo regole in cui crediamo, ovvero una trust architecture dedicata.

Proteggersi dagli attacchi

“Nel 2019”, avvertono gli esperti, “sono stati violati oltre 85 miliardi di dati, e gli attacchi informatici proseguono incessanti”.
Ad offrire le migliori garanzie per ora è la tecnologia blockchain, con i suoi registri digitali costantemente visibili e controllabili dagli internauti.
“Oltre a ridurre le attività degli hackers”, prosegue McKinsey,” la trust architecture permette un controllo dei costi della sicurezza digitale, ed incrementa capacità e volumi degli scambi commerciali.“

Anche in questo caso, le innovazioni digitali anticipano risvolti tecnici e pratici che influenzano i nostri stili di vita, i nostri consumi ed il nuovo rapporto di entrambi con l’eco-sistema ambientale in cui viviamo e da cui dipendiamo in modo circolare, abilitando inoltre una serie di bio-innovazioni. In particolare, l’analisi digitale del DNA, delle predisposizioni caratteriali e genetiche degli individui, consente di creare terapie sanitarie e strategie alimentari in modo mirato, ma solleva altrettante riserve in linea di principio:

“le amministrazioni pubbliche e private devono iniziare a regolamentare l’accesso al patrimonio biologico delle persone, al loro quoziente biologico-bQ, ed eventualmente validare queste attività secondo i protocolli in uso presso i laboratori di ricerca o le start-up”.
Tutti sappiamo, o possiamo presumere per la comune esperienza vissuta nel corso delle cronache del recente biennio, cosa può accadere quando le attività di ricerca sfuggono ai controlli imposti agli scienziati impegnati in pratiche di laboratorio.

L’esperienza insegna che questi errori vanno evitati in anticipo, anche ricorrendo a materiali di nuova generazione: conduttivi di energia, resistenti ma flessibili, e disponibili in nano-dimensioni, come il molibdeno, ed il grafene, già noti dai tempi dei transistors, ma ora aggiornati e meglio performanti nel gestire strutture digitali integrate.

L’uso di questi conduttori digitali, osserva McKinsey, “apre le porte a nuove procedure industriali”, e ne diffonde l’utilizzo sostenibile negli ambiti più svariati: nelle energie rinnovabili, nell’abbattimento degli inquinanti della mobilità veicolare, nell’efficienza energetica degli edifici, nell’uso responsabile delle risorse idriche.

Questi i pilastri, ricorda McKinsey, di innovazioni tecniche pronte ad evolversi in linea con le nostre necessità, aspettative, possibilità di controllo, ed anche di benessere, nell’ambiente in cui produciamo ma da cui siamo anche dipendenti in modo circolare, reciproco. È in tal modo, conclude il report, che avremo a disposizione più energia sostenibile, più green energy, quella necessaria a migliorare il contesto climatico che lasceremo alle prossime generazioni.

Tuttavia questo esercizio deve coinvolgere e interessare non solo le nostre società, ma anche le istanze sollevate dalle nuove tecnologie digitali con cui ci troviamo a convivere. Queste ultime, lo abbiamo visto, ormai chiedono un’attenzione pari a quella degli individui.

di Andrea Grandi
Credit: World Economic Forum – media library
www.weforum.org

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