La reindustrializzazione è tornata al centro del dibattito economico, alimentata dai dazi eretti dal governo statunitense su prodotti esteri. L’obiettivo dichiarato: riportare la produzione sul suolo americano, rilanciare l’occupazione manifatturiera e ridurre la dipendenza dalle catene globali. Ma questa strategia, per quanto di facile strumentalizzazione politica, si scontra con tendenze strutturali profonde e con l’evidenza empirica degli ultimi 25 anni.
Peso relativo dell’industria in calo
Tra il 2000 e il 2024 la quota del valore aggiunto generato dalle attività manifatturiere sul prodotto interno lordo mondiale è diminuita dal 18% al 15%. In alcuni paesi europei come la Francia, la Spagna o i Paesi Bassi il contributo dell’industria all’attività economica è sceso attorno al 10%, nel Regno Unito all’8% e in Norvegia, partendo da un livello già più basso, addirittura al 6%. Negli Stati Uniti le attività manifatturiere generano oggi il 10% del prodotto interno lordo nazionale, in calo di cinque punti percentuali dall’inizio del millennio. Su questo periodo sono andati persi oltre 4 milioni di posti di lavoro nell’industria americana. Questa tendenza si osserva non solo nelle regioni altamente sviluppate, ma anche in un paese come la Cina, che ha visto il valore aggiunto industriale passare da un terzo a un quarto del prodotto interno lordo tra il 2000 e il 2024.
In un’economia in crescita, una quota industriale in calo non significa necessariamente una contrazione di questo comparto. Una riduzione dell’importanza relativa può anche rispecchiare il fatto che il settore terziario cresca ad un ritmo più rapido.
Negli ultimi 25 anni, questo è stato ad esempio il caso in Germania, dove il contributo del settore manifatturiero alla creazione di valore aggiunto si è ridotto solo di poco e dove malgrado i progressi in termini di automazione dei processi produttivi l’occupazione industriale è diminuita solo del 6%. Ancora più emblematico l’esempio della Svizzera, dove il contributo dell’industria all’attività economica è rimasto pressoché invariato sul 18% e il calo dell’occupazione in questo comparto si è attestato al 2%. Sullo stesso periodo l’occupazione nel terziario è aumentata del 34% in Germania e del 22% in Svizzera.
Cosa rende l’industria resiliente?
La Svizzera e la Germania hanno una caratteristica in comune: la quota delle attività medium e high-tech sul valore aggiunto industriale è particolarmente elevata. In Germania questa quota si attesta sul 58% e in Svizzera supera addirittura il 70%. Un profilo analogo si ritrova ad esempio anche nei comparti industriali di Corea del Sud e Giappone, dove, come si evince dall’illustrazione, il contributo dell’industria al valore aggiunto nazionale negli ultimi 25 anni si è ridotto solo di poco. Per contro, in paesi con una quota di attività medium e high-tech più bassa il peso relativo dell’industria è diminuito in modo più marcato.
Solo un’industria ad alto contenuto tecnologico, che impiega professionalità altamente specializzate e si basa su un elevato livello di ricerca e innovazione è in grado di rimanere competitiva, anche a fronte di costi di produzione elevati. È un’industria che ha saputo cambiare e far evolvere la sua veste. Da semplici operai si è passati a tecnici, operatori e programmatori. L’industria svizzera segue da tempo questo cammino, non da ultimo perché da sempre deve fare i conti con una valuta forte che la obbliga costantemente a rimettersi in discussione.
Anche il Canton Ticino, pur non essendo tra i principali poli industriali della Svizzera, ha sviluppato negli ultimi decenni una struttura produttiva sofisticata, che è stata in grado di creare posti di lavoro. Emerge in modo particolare il settore delle life sciences con l’industria chimico-farmaceutica, la produzione di apparecchiature medicali e la ricerca biomedica. Altre realtà industriali interessanti si trovano nei settori della meccanica di precisione e della microelettronica nonché del packaging e dell’automazione. Nell’insieme, tuttavia, il bilancio occupazionale degli ultimi 10 anni nell’industria ticinese è stato meno positivo che a livello svizzero, mettendo in luce delle vulnerabilità soprattutto nei settori a più debole creazione di valore e quindi più sensibili ai costi. Tra il 2013 e il 2023 l’occupazione nell’industria manifatturiera in Ticino si è ridotta del 3.7%, mentre a livello nazionale è rimasta pressoché invariata.
Diversificare e innovare, non proteggere
La politica dei dazi doganali potrà offrire all’industria statunitense una protezione temporanea, ma non risolverà le cause profonde del declino industriale. La reindustrializzazione non si ottiene con le barriere: proteggere settori non più competitivi rallenta la transizione tecnologica e priva l’economia di quel mutamento strutturale necessario per affrontare le sfide del futuro. L’esperienza svizzera dimostra che l’industria può prosperare senza protezionismo, puntando su qualità, innovazione e integrazione globale.
Dott. Sara Carnazzi Weber,
Titolare e Fondatrice Polinomica Sag









