Gli equilibri economici che per anni hanno sostenuto la produzione del Canton Ticino e a cui hanno contribuito decine di migliaia di lavoratori italiani, stanno cambiando. La ragione è l’importante rinnovo degli accordi fiscali bilaterali che, se da un lato porta maggiore chiarezza, dall’altro sta ridisegnando la convenienza del pendolarismo tra Stati mettendo (forse) a rischio, in un prossimo futuro, la disponibilità di manodopera in Svizzera come oggi è intesa.
Per molti anni lavorare in Ticino significava beneficiare di stipendi Svizzeri e godere del minor costo della vita di altri Paesi. Per i frontalieri e per le imprese questo vantaggio deve ora essere rivalutato considerando l’Accordo 2020 entrato in vigore il 17 luglio 2023 (operativo dal 2024). Le disposizioni citate introducono regole nuove e coordinate per la tassazione del lavoro di confine.
Cosa significa per i nuovi frontalieri, cioè per coloro che hanno iniziato a lavorare in Svizzera successivamente all’Accordo citato? Da quel periodo si passa alla “Tassazione concorrente”, questo è il cambiamento più importante. A differenza dei “vecchi” frontalieri (che continuano a essere tassati solo sul Territorio Elvetico), i nuovi vengono tassati in entrambi i Paesi: in Svizzera il Cantone applica una trattenuta alla fonte (un prelievo fiscale) sul reddito: tuttavia questa trattenuta è limitata. Invece, in Italia il lavoratore ha l’obbligo di dichiarare questo reddito nella sua dichiarazione dei redditi.
Inoltre, la Svizzera invierà in modo automatico e sistematico i dati sui redditi dei lavoratori agli Uffici fiscali Italiani. Questo processo, che è a regime sui redditi 2024 (con invii dal 2025), rende più semplice per l’Italia calcolare l’imposta personale dovuta scomputando il credito per le imposte pagate in Svizzera. Parallelamente l’Italia ha introdotto regole diverse a seconda della residenza del lavoratore (dentro o fuori i comuni di frontiera), prevedendo per molti la necessità di dichiarare il reddito e compensare le imposte tra i due Paesi. È evidente l’azione di “presa fiscale” maggiore sul reddito dei frontalieri. L’effetto immediato è che lo stipendio netto finale è ridotto, rendendo meno vantaggioso affrontare sacrifici quotidiani (viaggi, code, stress) per lavorare oltre confine.
Questa nuova realtà non è solo una questione di bilanci personali, ma un problema strutturale per il Ticino, specialmente nei prossimi 5-10 anni.
I settori chiave come la sanità, l’edilizia, la ristorazione e l’industria meccanica dipendono fortemente dai lavoratori frontalieri. Il punto critico è l’età media elevata di questa forza lavoro. Entro il prossimo decennio una quota significativa di questi lavoratori andrà in pensione. Se il minor vantaggio economico derivante dalla nuova tassazione scoraggia le nuove generazioni di Italiani dal fare i pendolari, il Cantone si troverà a dover affrontare probabilmente una crisi di manodopera. I primi segnali sembra siano già visibili: c’è un leggero calo nel numero dei frontalieri pendolari e un contemporaneo aumento delle persone che scelgono di trasferirsi in Svizzera.
Senza un ricambio spontaneo, il Ticino dovrà necessariamente aumentare i costi del lavoro se vorrà conservare questa manodopera o dovrà accettare un rallentamento nei servizi e negli investimenti.
Per evitare che la correzione fiscale si trasformi in una semi-paralisi del mercato del lavoro, saranno necessarie azioni immediate e a lungo termine. La prima potrebbe essere una strategia per affrontare la potenziale crisi di lavoratori. Per scongiurare le difficoltà di reclutamento nel medio termine la risposta al calo di convenienza fiscale deve essere articolata su diversi fronti, toccando l’ambito aziendale, politico e strutturale.
La leva più immediata è quella economica. Le imprese possono aumentare i salari reali o introdurre indennità di trasferta specifiche per compensare l’erosione del netto dovuta alla maggiore tassazione Italiana. Parallelamente è efficace l’uso di incentivi aziendali e contrattuali mirati. Questi benefit possono includere rimborsi chilometrici più generosi, buoni pasto migliori e, laddove possibile, indennità per lo smart working, soluzioni che alleggeriscono il peso del pendolarismo. Tuttavia, queste misure rappresentano un costo significativo per le imprese. Allora come fare? Un’azione mirata a rinegoziare e definire alcuni punti?
Un secondo asse di intervento, forse difficilmente percorribile, potrebbe avere natura politica e richiede la cooperazione tra Cantone, Confederazione e Governo italiano. Si tratta di cercare nuove intese per ammorbidire gli effetti più duri del regime fiscale.
Esempi di mitigazione potrebbero essere la richiesta di maggiori franchigie per i pendolari che mantengono la residenza in Italia o accordi su detrazioni fiscali che risultino più compatibili tra i due sistemi. Anche un intervento transitorio per facilitare il ricambio generazionale potrebbe essere politicamente utile in questa fase di assestamento.
E lo sviluppo strutturale e la formazione locale? A medio e lungo termine, dopo aver analizzato gli effetti, sarà necessario ridurre la dipendenza dal lavoro frontaliero? Ciò si ottiene attraverso politiche di formazione e reclutamento locale più incisive: incentivare percorsi di formazione professionale, apprendistati e tirocini sul territorio ticinese per creare una riserva di manodopera qualificata domestica.
A questo si aggiunge il miglioramento delle infrastrutture di trasporto, come ottimizzare gli orari dei mezzi pubblici transfrontalieri e il traffico ai valichi, che può rendere il pendolarismo meno faticoso e, di conseguenza, più sostenibile anche con una tassazione più elevata.
Potrebbero esserci anche soluzioni ibride? Dato che alcuni lavoratori forse preferiranno trasferirsi in Svizzera anziché sopportare il pendolarismo meno conveniente, è importante favorire un passaggio ordinato alla residenza. Supportare questi nuovi residenti con facilitazioni per l’housing può attenuare l’impatto dell’eventuale riduzione dei flussi di lavoro pendolari, sebbene ciò sposti l’onere sui costi abitativi e sui servizi locali del Cantone.
Oppure anche un mix di ipotesi con l’aggiunta di un’aliquota di imposta ridotta studiata per quelle aziende che impiegano forza lavoro costituita da frontalieri. Questo permetterebbe alle imprese di competere con un riconoscimento di salari più interessanti ma allo stesso tempo di compensare, in parte, i flussi finanziari in uscita per le maggiori spese derivanti dagli stipendi. Se le aziende mantengono manodopera qualificata possono continuare a produrre ricchezza per il Cantone, che non si troverà a dover affrontare minori entrate dovute alla perdita di competitività delle imprese.
Sono tutte considerazioni e ragionamenti stimolanti che dovranno essere affrontati nel breve periodo dagli imprenditori, dalle istituzioni e dalla politica, con una chiara previsione dei prossimi 5 e 10 anni delle uscite per pensionamenti dell’attuale forza lavoro che arriva dalla vicina Penisola.
La posta in gioco va oltre i semplici conti economici e finanziari. Il pendolarismo ha creato un ricco ecosistema di scambi, consumi e legami sociali tra le comunità di frontiera. Un suo indebolimento impoverirebbe sia il tessuto produttivo ticinese sia le economie dei paesi italiani confinanti.
La via da seguire è un piano coordinato: non solo aumenti di stipendio, ma una strategia che combini incentivi con una visione a lungo termine per la formazione e il mantenimento di un mercato del lavoro qualificato e sostenibile.
Il Ticino deve trasformare questa necessaria riforma fiscale in un’opportunità per ripensare il suo futuro economico.
Giorgia Confalonieri,
Bachelor in Economia delle Imprese e dei Mercati | MSc Finance and Investment Business School, University of Nottingham
Franco Confalonieri,
Dottore Commercialista | Professore a contratto di “Scienza delle Finanze”, Facoltà di Economia, Università Cattolica di Milano










