Guerre militari e commerciali, nazionalismi e sovranismi, corsa sfrenata all’indebitamento pubblico e privato, mutamenti climatici. Queste sono solo alcune fra le emergenze con cui oggi tutti noi ci confrontiamo. La differenza rispetto al passato è che le situazioni di stress non si manifestano individualmente, ma si amplificano a vicenda, tanto da divenire quell’unico fenomeno interdipendente che prende il nome di “Policrisi”. Non possiamo restare fermi, sarebbe l’inizio di un periodo di degrado economico e sociale. Ognuno di noi deve saper reagire, perché la “Policrisi” non è un concetto astratto, ma una realtà amara che colpisce la nostra Nazione, la nostra società e le nostre imprese.
Crescita economica svizzera prevista come inferiore all’1% per il 2026, dati sull’occupazione in peggioramento, crescenti difficoltà a finanziare l’AVS e la modernizzazione dell’esercito, calo dell’investimento privato: restare a guardare sarebbe deleterio.
I rischi li dobbiamo gestire, dalle minacce ci dobbiamo difendere, ognuno nel suo piccolo. Ma come? Una prima risposta degna di essere messa in pratica la suggerisce Martin Wolf, noto opinionista del Financial Times e autore di numerosi libri sulla democrazia industriale. La via proposta è quella del “Ritorno all’essenziale”, un esercizio basato sulla semplificazione di sistemi complessi, dando priorità alla resilienza e alla crescita sostenibile, ed eliminando gli eccessi inutili.
Paroloni ad effetto delle grandi testate giornalistiche, si potrebbe replicare. Nulla di più fuorviante, questa visione non si applica solo ai macrosistemi, non è rivolta unicamente ai guru delle strategie internazionali. È diretta anche a tutti noi che operiamo nel tessuto economico e politico ticinese e che ci domandiamo, ad esempio, come corroborare il livello dei salari in tempi di dazi o come affrontare le sfide del finanziamento dei referendum sui premi delle casse malati. Il ritorno all’essenziale non è austerity cieca, ma razionalizzazione intelligente. È riallocazione di fondi in ricerca e sviluppo, in digitalizzazione, in catene di approvvigionamento più affidabili, senza aumentare il livello di rischio cui le imprese o lo Stato si espongono.
Il ritorno all’essenziale non distrugge occupazione, semplicemente la trasforma, ridimensionando sì i ruoli superflui, ma creando allo stesso tempo nuove professioni e liberando risorse per la riqualifica professionale e per la formazione. Riallocazione dei fondi, investimento e creazione di posti di lavoro, dunque. Riallocare fondi significa sottrarli agli utilizzi non produttivi, a partire dalla burocrazia.
Per farlo con successo è necessario il concorso di due protagonisti dell’economia, l’impresa e lo Stato. Nel nostro Paese, i costi complessivi della regolamentazione ammontano a circa 80 miliardi di franchi, così ha di recente stimato l’Unione svizzera delle arti e mestieri. Di questi oltre 30 miliardi potrebbero essere evitati, se le autorità rendessero i loro processi più efficienti e digitali, con beneficio per gli investimenti e per l’occupazione. Una manovra da attuare senza indugio, se vogliamo che le nostre aziende possano continuare a produrre in Svizzera.
Siamo un Paese caratterizzato da un più alto livello salariale rispetto ad altri, da un mercato interno di dimensioni limitate che richiede alle imprese di esportare ampie quote della propria produzione, pur in presenza di un franco esageratamente forte quale risposta alla ricerca di beni rifugio che è determinata dalla “Policrisi” stessa.
Ridurre il carico burocratico è importante, ma il processo non si ferma qui. Per lo Stato come per le imprese va accompagnato da una rivisitazione dei modelli operativi, che porti ad ottimizzare flussi e metodi di lavoro. Il settore privato si sta muovendo in questa direzione.
Il Rapporto Raiffeisen-IFZ sulle opportunità 2026 mostra che il 60% delle imprese incluse nel campione vede, pur in un contesto globale fragile, opportunità di mercato da sfruttare facendo leva su efficienza, digitalizzazione e formazione di personale specializzato. A livello cantonale, l’inchiesta congiunturale della Camera di Commercio indica che nel 2025/2026 il 15% delle aziende ha intrapreso ristrutturazioni volte a consolidare l’efficienza nonostante il contesto internazionale difficile. Adottare azioni analoghe è quello che oggi molti fra di noi chiedono al Cantone: rinunciare a compiti che meglio potrebbero essere svolti dai privati, completare il processo di digitalizzazione per accrescere l’efficienza, rivedere i flussi di lavoro, uscire dalla spirale da “ancien régime” che ogni aggiornamento dei compiti vada risolto con nuovo personale. Oggi non è più così.
Revisione dei processi, riallocazione di fondi, guerra alla burocrazia nelle imprese e nello Stato, sono questi i pilastri del ritorno all’essenziale. Il vantaggio conseguibile per la società è lì da vedere, consiste in maggiori investimenti e maggiore occupazione in settori ad alto valore aggiunto, quelli che, prendendo piede nel nostro Ticino, avvicineranno i salari alle medie nazionali.
Riflettere sul ritorno all’essenziale costituisce uno stimolo per pianificare un’economia sostenibile, forte e ticinese. Non facciamoci fuggire l’occasione.
Cristina Maderni,
Presidente Federazione delle Associazioni di Fiduciari Ticinesi FTAF
Deputata PLR in Gran Consiglio
www.ftaf.ch









