Nel momento in cui scrivo la situazione è fluida e decisioni vincolanti e definitive non sono ancora state prese. I dazi aggiuntivi annunciati dal Presidente USA qualche settimana fa sono stati sospesi per 90 giorni fino al mese di luglio per favorire trattative fra gli Stati Uniti e gli altri paesi.
La nuova amministrazione americana sembra rendersi consapevole del fatto che una politica aggressiva sui dazi in un mondo decisamente globalizzato è destinata a generare solo perdenti e danni economici e persino sociali duraturi. Ciò non toglie che il Presidente Trump ha qualche ragione nel constatare lo squilibrio della bilancia commerciale americana con l’estero.
Lo scorso anno nella campagna elettorale presidenziale, Donald Trump ha fatto alcune promesse “pesanti” agli elettori, in particolare una diminuzione delle tasse e del deficit pubblico. Gli Stati Uniti infatti sono una nazione fortemente indebitata verso l’estero.
I soldi per finanziare la riduzione delle tasse almeno in parte dovrebbero provenire proprio dai dazi all’importazione. Inoltre, per ridurre il peso del debito pubblico Trump ha la necessità di indebolire un po’ il dollaro americano, ma queste operazioni sono rischiose. Primo perché i dazi all’importazione aumentano il costo della merce importata, che gli americani comperano all’estero. In secondo luogo, aumenta il pericolo di un rialzo dell’inflazione che avrebbe conseguenze negative proprio per i cittadini americani. Non da ultimo, Trump ha promesso in campagna elettorale una reindustrializzazione del paese, sia riportando negli USA aziende partite verso l’estero, sia spingendo imprese estere a trasferirsi negli Stati Uniti. Anche qui, una politica industriale di questo genere è destinata a scontrarsi con difficoltà oggettive, la prima delle quali è il reperimento della manodopera qualificata, soprattutto nei numeri necessari. Nelle imprese cinesi lavorano centinaia di migliaia di ingegneri e tecnici specializzati, ma questo è il frutto di una politica della formazione ultradecennale. Sempre i cinesi inoltre negli anni hanno fatto scouting all’estero, ad esempio in India, attirando molti talenti in settori strategici come l’informatica e la produzione dei microprocessori. Niente di tutto ciò negli Stati Uniti.
PMI nell’incertezza
Non c’è “veleno” peggiore per l’imprenditore che l’incertezza, che rende difficile l’orientamento sui mercati e la presa di decisioni. Questa incertezza non sarà dissipata completamente nemmeno nel caso di accordi definitivi sui dazi, ma è assolutamente necessario che le autorità elvetiche possano trovare un accordo con gli Stati Uniti al più presto. Inoltre, essendo la Svizzera un paese d’esportazione e in primo luogo nell’Unione europea, è nostro interesse far sì che anche l’Unione europea trovi un accordo soddisfacente con gli Stati Uniti sui dazi.
In un settore eterogeneo come quello industriale la risposta sull’impatto dei dazi non può essere univoca perché i fattori in gioco sono diversi e numerosi:
– Presenza o meno di sedi produttive negli Stati Uniti;
– Quota di mercato degli Stati Uniti sul totale del fatturato;
– Che tipo di lavorazioni rispettivamente che tipo di prodotti sono indirizzati agli USA;
– Quali possibilità ci sono di sostituire almeno parzialmente il mercato USA;
– Incidenza di eventuali dazi USA sui clienti dei paesi dell’Unione europea;
– Ecc.
Le reazioni delle aziende ticinesi dipendono pertanto da questi e da altri interrogativi. Al momento vi sono rami di attività esentati dai dazi superiori al dazio base del 10%, ma già questo dazio rappresenta comunque un ostacolo.
Oltre alla questione dei dazi bisogna naturalmente considerare gli effetti negativi di tali politiche sulla congiuntura e l’andamento degli affari, oltre alla destabilizzazione che può concernere una possibile ripresa dell’inflazione, la debolezza del dollaro, possibili inasprimenti delle politiche di fornitura di materiali e componenti più o meno indispensabili (es. terre rare dalla Cina).
Possibili contromisure
La reazione delle aziende al momento è quantomeno di preoccupazione più o meno pronunciata, con accenti di maggiore preoccupazione fra le PMI di settori come la meccanica di precisione e le macchine utensili, settore orologiero e fra le PMI che non hanno sedi produttive direttamente negli USA. V’è anche da dire che diverse aziende hanno segnalato la possibilità eventuale di svolgere, se fosse necessario per superare i dazi applicati, una parte delle lavorazioni (quelle finali?) negli Stati Uniti per rientrare nei parametri di protezione dai dazi.
Si esclude per contro, o lo si definisce uno scenario al momento molto limitato, quello di delocalizzare, anche solo parzialmente, negli USA. Sia perché gli investimenti possono essere ingenti e richiedono tempo, sia perché ci sono dubbi sulla possibilità di disporre di personale sufficientemente qualificato rispetto alla situazione odierna. Ma il discorso non può essere generalizzato a tutti i rami di attività.
Per quanto concerne le autorità elvetiche, cioè il Consiglio federale e la diplomazia commerciale, le richieste principali sono essenzialmente due: capacità di trovare rapidamente un accordo soddisfacente sui dazi con gli americani ed estensione dello strumento dell’orario di lavoro ridotto a sostegno dell’occupazione nelle imprese svizzere.
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