“Niente di nuovo sul fronte occidentale” è un famoso romanzo di guerra di Erich Maria Remarque, che narra il trauma psicologico e mentale subito dai soldati tedeschi durante il conflitto bellico e il distacco dalla vita civile provato da molti di questi uomini, una volta tornati a casa dal fronte. Nulla di tutto ciò naturalmente per descrivere la complessa situazione economica che molte imprese stanno vivendo in questi mesi, ma è innegabile che l’incertezza internazionale si somma alle difficoltà vissute oramai da cinque anni a questa parte con la diffusione della pandemia e gli eventi successivi.
Già nella precedente edizione di questa rivista, riferendomi al tema dei dazi commerciali, esprimevo tutta l’incertezza della situazione, che nel momento in cui scrivo (fine luglio) non si è affatto dissipata.
Previsioni congiunturali prudenti
Già nell’ultima parte del 2024 si era reso evidente che quest’anno e per parte del 2026 saremmo andati incontro a un periodo difficile dal punto di vista congiunturale a causa soprattutto dell’instabilità internazionale. Le tensioni commerciali innescate dalla nuova amministrazione americana aggiungono incertezza alle previsioni congiunturali dei prossimi mesi, quando già in primavera i principali istituti di ricerca avevano rivisto tali previsioni al ribasso in termini di crescita del prodotto interno lordo.
Soprattutto per chi esporta la preoccupazione è grande riferendosi al mercato europeo, principale cliente delle imprese svizzere. L’effetto dell’applicazione di dazi americani sull’Europa comunque non può non suscitare reazioni negative su una già debole evoluzione congiunturale a livello continentale, dove la grande malata economia tedesca è ancora lungi dal riprendersi con vigore.
Complessivamente da un punto di vista congiunturale non possiamo definire drammatica la situazione per l’industria ticinese, ma la debolezza congiunturale a livello internazionale non aiuta le imprese a programmare il proprio futuro con maggiore certezza per i prossimi dodici-diciotto mesi. Si marcia sostanzialmente sul posto in termini di ordinativi e ciò non può escludere prossime riorganizzazioni aziendali ed effetti negativi comunque non generalizzati sull’occupazione.
Come detto, nel momento in cui scrivo non è ancora noto l’accordo fra Stati Uniti e Svizzera sui dazi che saranno applicati ai prodotti elvetici indirizzati agli USA. Evidentemente l’introduzione di dazi obbligherà tutti ad aggiornare le previsioni economiche e congiunturali, ma per la Svizzera il problema potrebbe essere serio in quanto ai dazi diretti sul nostro paese si devono aggiungere gli effetti negativi legati ai dazi USA sui paesi dell’Unione europea, che sono e restano il nostro mercato principale per le esportazioni.
Il fattore monetario
Alle incertezze congiunturali dobbiamo aggiungere le considerazioni legate all’evoluzione delle diverse monete di riferimento. Il franco svizzero forte oramai non fa più notizia, ma non ci deve indurre a credere che le imprese siano in grado di fare fronte a qualsiasi livello di cambio soprattutto con l’euro. Da parte sua, la debolezza del dollaro è destinata a continuare nei prossimi mesi. Le incertezze causate dalla politica economica e commerciale americana hanno un peso su questa situazione. Chi esporta è più esposto a questa situazione, che se continuerà ancora per i prossimi mesi farà aumentare la pressione sulla Banca nazionale svizzera per cercare di indebolire il franco svizzero, pur rispettando il fatto che l’obiettivo della nostra banca centrale resta la stabilità dei prezzi.
La forza della Svizzera non è sparita
Piccolo paese privo di materie prime, la Svizzera e la sua economia restano uno degli attori principali dell’economia mondiale. Basti pensare che il nostro paese è il sesto più importante investitore negli Stati Uniti, soprattutto in settori e tecnologie di punta. Nonostante un franco svizzero estremamente forte riusciamo ancora ad esportare in maniera abbastanza soddisfacente. L’altra carta in mano che abbiamo è che possiamo negoziare direttamente accordi di libero scambio con i paesi che ci interessano. Infatti negli ultimi dieci anni il numero di tali accordi nel mondo è aumentato sensibilmente, facilitando l’emancipazione della Svizzera dall’Unione europea.
Problemi di fondo all’orizzonte
Non possiamo dimenticare il fatto che ai problemi internazionali si aggiungono questioni “strutturali” interne, che preoccupano non poco le imprese. Mi riferisco all’invecchiamento della popolazione e alle difficoltà crescenti nel trovare la manodopera necessaria; l’impatto delle nuove tecnologie e in particolare dell’intelligenza artificiale sui processi di lavoro e sulle competenze delle persone; la necessità di mettere mano al sistema scolastico e della formazione professionale; l’evoluzione preoccupante delle finanze pubbliche anche a livello federale a fronte di costi generali crescenti.
Da come la Svizzera saprà affrontare e risolvere questi problemi strutturali sapremo se la nostra economia potrà continuare ad avere una posizione primaria nel contesto internazionale.
Stefano Modenini,
Direttore AITI










