Sbagliare è umano, si dice. Ma cosa succede se iniziamo a pensare all’errore non come un inciampo ma come a un acceleratore di crescita? In un mondo dove l’efficienza è la regola e il fallimento sembra non avere spazio, gli errori diventano spesso tabù.
Eppure nella vita come nel lavoro, sono proprio gli sbagli – se analizzati e compresi – a spalancare le porte alle più importanti trasformazioni.
In questo viaggio tra economia e psicologia, esploriamo perché gli errori meritano un posto d’onore nel nostro curriculum esistenziale. E lo facciamo anche con due storie vere: una dalla Silicon Valley, l’altra dalla provincia italiana. Diverse ma unite dallo stesso esito sorprendente.
Nel mondo in generale sbagliare può costare caro ma può anche valere molto, se il capitale perso diventa conoscenza guadagnata.
Quanti professionisti hanno speso migliaia di euro in master o corsi inutili? E quanti ragazzi, pensando di essere onnipotenti, hanno ricevuto lezioni indimenticabili? Eppure quegli errori spesso insegnano più di qualsiasi studio o successo immediato: aiutano a capire chi siamo davvero, cosa vogliamo e dove vogliamo arrivare.
Se si dispone di un minimo di intelligenza, ogni errore può migliorare la nostra tolleranza al rischio. In economia, per esempio, le perdite aiutano a tarare meglio i portafogli, a diversificare con criterio e ad adottare strategie più intelligenti e meno impulsive, molto meglio che migliorare i guadagni!
L’economia comportamentale insegna che molte scelte errate nascono da trappole mentali: dall’eccessiva fiducia o dalla presunzione del saper fare quando non si sa fare e dall’illusione del controllo. Riconoscerle ci rende investitori – e decisori – più lucidi.
Sul fronte personale l’errore è spesso un’occasione per mettere a fuoco ciò che conta davvero. Gli errori ci rendono più forti. Come l’acciaio temprato, anche la mente si rafforza se sottoposta alle dure prove che dobbiamo gestire e sopportare. La resilienza nasce lì dove un fallimento non chiude ma apre.
Secondo la psicologa Carol Dweck, chi crede che le abilità si possano sviluppare è più propenso a considerare ogni errore un’occasione per migliorare. Una visione potente, soprattutto nell’era dell’apprendimento continuo.
Tecniche come il “journaling” o il “debriefing” personale permettono di analizzare gli sbagli con lucidità, individuando schemi ricorrenti e strategie alternative.
Nel 2019 partì una startup americana che sembrava essere l’astro nascente della nuova economia. L’azienda prometteva di rivoluzionare il coworking. Come spesso accade sull’onda della speculazione e dell’entusiasmo la sua valutazione fu di 47 miliardi di dollari. Ma qualcosa andò storto.
L’errore? Un’espansione troppo veloce, contratti insostenibili, governance forse discutibile. La quotazione in borsa sfumò e il castello crollò, ma hanno imparato.
Economicamente la crescita deve essere sostenibile, non drogata da investimenti esterni o da speculazioni folli. I leader visionari devono saper ascoltare i segnali di allarme e circondarsi di persone critiche.
Oggi l’azienda esiste ancora, ridimensionata e più attenta al suo core-business. Il gigante ferito ha trovato il modo di camminare con passo più realistico.
John – nome di fantasia – aveva un sogno: rivoluzionare il food-delivery nella sua cittadina. Mise da parte 30’000 euro e lanciò la sua app. Risultato? Un fallimento.
Aveva sottovalutato il mercato, non aveva testato il prodotto, né parlato e analizzato abbastanza i potenziali clienti. Invece di arrendersi si è rimesso in gioco. Ha studiato il metodo “Lean Startup”, ha costruito un MVP (Minimum Viable Product), ha ascoltato gli utenti. La seconda startup, nel campo dell’educazione digitale, ha funzionato. E quel primo errore si è rivelato decisivo.
Non avere paura di fare domande, anche banali, è alla base del voler capire. Sbagliare all’inizio e non avere la presunzione e l’arroganza di essere i più bravi è meglio che sbagliare tardi (e con più soldi). A nostro avviso l’adattabilità o un piano B sono più importanti del piano perfetto.
Sbagliamo a fare previsioni, ad assegnare probabilità, a valutare situazioni. Sbagliano i cosiddetti esperti o pseudo esperti neanche chiedendo scusa per gli errori che hanno fatto danneggiando gli altri.
“… nelle scelte e nelle decisioni ci affidiamo ad un numero limitato di principi euristici che riducono il compito complesso di valutare le probabilità e predire i valori ad un’operazione di giudizio più semplice” (Kahneman e Tversky, 1974); queste euristiche hanno il vantaggio di rendere il processo di decisione e scelta più veloce e snello ma spesso portano a errori sistematici, i cosiddetti bias.
Lo sappiamo che accettare l’errore come cultura è molto difficile in una società che esalta l’effimero, il nulla e in buona parte l’incompetenza mascherata da bravura e la lentezza da stabilità. Viviamo in un’epoca che celebra l’eccellenza e nasconde l’errore. Forse è tempo di cambiare narrazione, perché dietro ogni percorso di successo ci sono cadute, inciampi, battute d’arresto.
Gli errori non sono segni di debolezza, ma prove di miglioramento.
E allora, il consiglio finale è questo: sbaglia, ma sbaglia bene, con attenzione, con umiltà, e con la voglia di capire. È lì che si nascondono la vera ricchezza e la bravura!
Giorgia Confalonieri,
Bachelor in Economia delle Imprese e dei Mercati | MSc Finance and Investment Business School, University of Nottingham
Franco Confalonieri,
Dottore Commercialista Professore a contratto di “Scienza delle Finanze”, Facoltà di Economia, Università Cattolica di Milano
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