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Errori memorabili: quando sbagliare è un “buon affare” 

Commettere errori riparabili è un pilastro fondamentale della crescita delle persone. Allora perché colpevolizzare qualcuno per uno sbaglio?

20 Ottobre 2025
in TI Economy
Tempo di lettura:4 minuti di lettura
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Errori memorabili: quando sbagliare è un “buon affare” 

© Pexels | Brett Jordan

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Sbagliare è umano, si dice. Ma cosa succede se iniziamo a pensare all’errore non come un inciampo ma come a un acceleratore di crescita? In un mondo dove l’efficienza è la regola e il fallimento sembra non avere spazio, gli errori diventano spesso tabù.

Eppure nella vita come nel lavoro, sono proprio gli sbagli – se analizzati e compresi – a spalancare le porte alle più importanti trasformazioni.

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In questo viaggio tra economia e psicologia, esploriamo perché gli errori meritano un posto d’onore nel nostro curriculum esistenziale. E lo facciamo anche con due storie vere: una dalla Silicon Valley, l’altra dalla provincia italiana. Diverse ma unite dallo stesso esito sorprendente.

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Nel mondo in generale sbagliare può costare caro ma può anche valere molto, se il capitale perso diventa conoscenza guadagnata.

Quanti professionisti hanno speso migliaia di euro in master o corsi inutili? E quanti ragazzi, pensando di essere onnipotenti, hanno ricevuto lezioni indimenticabili? Eppure quegli errori spesso insegnano più di qualsiasi studio o successo immediato: aiutano a capire chi siamo davvero, cosa vogliamo e dove vogliamo arrivare.

Se si dispone di un minimo di intelligenza, ogni errore può migliorare la nostra tolleranza al rischio. In economia, per esempio, le perdite aiutano a tarare meglio i portafogli, a diversificare con criterio e ad adottare strategie più intelligenti e meno impulsive, molto meglio che migliorare i guadagni!

L’economia comportamentale insegna che molte scelte errate nascono da trappole mentali: dall’eccessiva fiducia o dalla presunzione del saper fare quando non si sa fare e dall’illusione del controllo. Riconoscerle ci rende investitori – e decisori – più lucidi. 

Sul fronte personale l’errore è spesso un’occasione per mettere a fuoco ciò che conta davvero. Gli errori ci rendono più forti. Come l’acciaio temprato, anche la mente si rafforza se sottoposta alle dure prove che dobbiamo gestire e sopportare. La resilienza nasce lì dove un fallimento non chiude ma apre.

Secondo la psicologa Carol Dweck, chi crede che le abilità si possano sviluppare è più propenso a considerare ogni errore un’occasione per migliorare. Una visione potente, soprattutto nell’era dell’apprendimento continuo.

Tecniche come il “journaling” o il “debriefing” personale permettono di analizzare gli sbagli con lucidità, individuando schemi ricorrenti e strategie alternative.

Nel 2019 partì una startup americana che sembrava essere l’astro nascente della nuova economia. L’azienda prometteva di rivoluzionare il coworking. Come spesso accade sull’onda della speculazione e dell’entusiasmo la sua valutazione fu di 47 miliardi di dollari. Ma qualcosa andò storto.

L’errore? Un’espansione troppo veloce, contratti insostenibili, governance forse discutibile. La quotazione in borsa sfumò e il castello crollò, ma hanno imparato.

Economicamente la crescita deve essere sostenibile, non drogata da investimenti esterni o da speculazioni folli. I leader visionari devono saper ascoltare i segnali di allarme e circondarsi di persone critiche.

Oggi l’azienda esiste ancora, ridimensionata e più attenta al suo core-business. Il gigante ferito ha trovato il modo di camminare con passo più realistico.

John – nome di fantasia – aveva un sogno: rivoluzionare il food-delivery nella sua cittadina. Mise da parte 30’000 euro e lanciò la sua app. Risultato? Un fallimento.

Aveva sottovalutato il mercato, non aveva testato il prodotto, né parlato e analizzato abbastanza i potenziali clienti. Invece di arrendersi si è rimesso in gioco. Ha studiato il metodo “Lean Startup”, ha costruito un MVP (Minimum Viable Product), ha ascoltato gli utenti. La seconda startup, nel campo dell’educazione digitale, ha funzionato. E quel primo errore si è rivelato decisivo.

Non avere paura di fare domande, anche banali, è alla base del voler capire. Sbagliare all’inizio e non avere la presunzione e l’arroganza di essere i più bravi è meglio che sbagliare tardi (e con più soldi). A nostro avviso l’adattabilità o un piano B sono più importanti del piano perfetto.

Sbagliamo a fare previsioni, ad assegnare probabilità, a valutare situazioni. Sbagliano i cosiddetti esperti o pseudo esperti neanche chiedendo scusa per gli errori che hanno fatto danneggiando gli altri.

 “… nelle scelte e nelle decisioni ci affidiamo ad un numero limitato di principi euristici che riducono il compito complesso di valutare le probabilità e predire i valori ad un’operazione di giudizio più semplice” (Kahneman e Tversky, 1974); queste euristiche hanno il vantaggio di rendere il processo di decisione e scelta più veloce e snello ma spesso portano a errori sistematici, i cosiddetti bias.

Lo sappiamo che accettare l’errore come cultura è molto difficile in una società che esalta l’effimero, il nulla e in buona parte l’incompetenza mascherata da bravura e la lentezza da stabilità. Viviamo in un’epoca che celebra l’eccellenza e nasconde l’errore. Forse è tempo di cambiare narrazione, perché dietro ogni percorso di successo ci sono cadute, inciampi, battute d’arresto.

Gli errori non sono segni di debolezza, ma prove di miglioramento.

E allora, il consiglio finale è questo: sbaglia, ma sbaglia bene, con attenzione, con umiltà, e con la voglia di capire. È lì che si nascondono la vera ricchezza e la bravura! 

Giorgia Confalonieri,
Bachelor in Economia delle Imprese e dei Mercati | MSc Finance and Investment Business School, University of Nottingham

Franco Confalonieri,
Dottore Commercialista Professore a contratto di “Scienza delle Finanze”, Facoltà di Economia, Università Cattolica di Milano
[email protected]

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