Il simbolo della Svizzera nel mondo si chiama franco. Guerre, dazi, difficoltà nel mantenere integre le catene di approvvigionamento: qualunque evento estraneo ai confini nazionali si traduce in un rafforzamento della nostra moneta. Le regole della parità del potere di acquisto sembrano per sempre dimenticate, a dettare legge sui mercati valutari è ormai la ricerca di beni rifugio e il franco è uno di questi.
Per noi è un bene o un male?
Certo, una valuta forte rappresenta un sistema-paese efficiente e costringe l’economia a un continuo rinnovamento per restare competitiva. Aiuta a tenere l’inflazione sotto controllo (-0.2% la previsione BNS per il 2025) e con essa i tassi di interesse, determinando una politica monetaria espansiva. Ben sappiamo come lo scorso 20 giugno la Banca Nazionale Svizzera abbia portato il tasso guida a zero, mentre le obbligazioni della Confederazione ormai rendono poco più dello 0.4%. Sul lato dell’economia, le incertezze sul futuro del commercio internazionale non promettono nulla di buono, con una crescita ad oggi prevista fra l’1 e l’1.5% sia per il 2025 che per il 2026. Non molto, ma meglio che nel resto d’Europa. Cosa significa il contesto ora descritto per le imprese, le banche, i risparmiatori e gli immobili? È questo il tema su cui ci proponiamo di riflettere.
Iniziando dal settore secondario, sappiamo che l’industria di esportazione è destinata a soffrire una volta terminato l’effetto di stoccaggio attuato dagli importatori americani in attesa della definizione dei dazi.
Le aspettative non sono certo rosee, l’attuale incertezza sulla loro applicazione e sulla conclusione dei Bilaterali III con l’Unione Europea non incoraggia certo quel processo di investimento da parte delle imprese che ben sappiamo essere il motore della crescita. Le associazioni economiche ad oggi prevedono una congiuntura debole ma non ancora una crisi. Dipenderà anche dalle risposte che riusciremo a dare a temi domestici, quali la progressiva mancanza di manodopera qualificata e le future modalità di finanziamento delle assicurazioni sociali, che non possono continuare a gravare sulle imprese.
Cosa faranno i risparmiatori?
Certo, il costo delle loro ipoteche, che peraltro sono legate a scadenze medie e lunghe più che al tasso SARON (oggi -0.05%), è destinato a scendere. Se da un lato questo potrà incoraggiare le famiglie a comperare la casa, che effetti avranno i tassi di mercato su chi vive sui frutti del risparmio accumulato in una vita di lavoro ma che da domani non potrà trarre alcun rendimento da un investimento a rischio contenuto?
Un discorso non dissimile va condotto sui gestori dei fondi pensione e della LPP obbligatoria, che ben sappiamo essere sotto stress. Si rivolgeranno ancor più al mercato immobiliare creando ulteriore pressione istituzionale? Aumenteranno i rischi su listini azionari ai massimi dove le imprese che deludono al momento di riportare gli utili trimestrali vengono duramente penalizzate? Si pensi solo, in questo mese di luglio, ai casi di Nestlé o di Vontobel. Un sistema sano non potrà che accettare rendimenti assai limitati a fronte di rischi ragionevoli, altrimenti andremo verso una crisi di mercato che non vogliamo certo rivedere.
Le dinamiche più complesse da indagare restano quelle degli immobili
A livello di sistema, la Banca Nazionale si dichiara preoccupata per le vulnerabilità nel mercato ipotecario. In questo contesto, garantire le riserve di capitale e di liquidità delle banche rimane nella sua opinione fondamentale. Allo stesso tempo, FINMA ritiene che la crescita del volume dei prestiti ipotecari in Svizzera ponga rischi per le economie domestiche, le banche e l’economia. Ne consegue una grande attenzione ai criteri di erogazione dei prestiti che è di certo destinata ad attenuare la sensibilità del loro volume al livello dei tassi.
Preoccupazioni comprensibili ma che non ci devono terrorizzare, se è vero che, nell’opinione di molti, il mercato ticinese immobiliare è caratterizzato da domanda stabile e da offerta moderata. Questo è confermato dall’indice di bolla immobiliare elaborato da UBS. Per l’intera Svizzera è leggermente aumentato nel primo trimestre del 2025, ma in assoluto continua a indicare un rischio moderato. In ogni caso, il Ticino non rientra fra le aree economiche a rischio bolla.
Più caldo è il fronte delle locazioni, dove si inizia a fare i conti con il fenomeno degli affitti brevi. A questo proposito il Corriere del Ticino riporta che “Negli ultimi sei mesi l’offerta turistica nel segmento degli affitti di corta durata è aumentata del 20% portando a oltre 5.300 il numero delle strutture che si sono annunciate sulla piattaforma cantonale. Nel 2024 il numero di pernottamenti ha superato il milione.”
Il rischio è che la conversione di alloggi in affitti brevi riduca l’offerta di abitazioni disponibili per contratti residenziali stabili, contribuendo all’aumento dei canoni mensili e allo spostamento delle famiglie residenti, ad esempio da Lugano a Bellinzona.
Come riportato da un’inchiesta RSI, a Lugano il numero di appartamenti affittati per periodi brevi raggiunge le 1.102 unità, pari al 2,7% del totale degli alloggi cittadini. Una percentuale limitata, ma superiore a quella registrata in altre città svizzere, ed inoltre cresciuta del 24% in un solo anno, causa l’interesse di grandi investitori.
Sappiamo che il Canton Ticino ha introdotto opportune regole per razionalizzare gli affitti brevi. Chi affitta per più di 90 giorni l’anno deve rispettare la Legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione (LEAR). Eppure, non mancano le polemiche sui controlli, né gli atti parlamentari volti ora ad aumentare la tassa di soggiorno per questa tipologia di locazione, ora ad aumentare a 180 i giorni di affitto onde favorire il turismo nelle valli, dove la ricettività alberghiera è insufficiente.
In conclusione, il prosieguo di questo 2025 pone sfide complesse a tutti noi
Nel recente “Global Economic Prospects Report”, la World Bank ha abbassato le proprie proiezioni di crescita per il 70% delle economie mondiali, inclusi Stati Uniti, Cina, Europa, Svizzera e le maggiori potenze emergenti. Come visto, questo pone le imprese, le banche, i risparmiatori, il mercato immobiliarie nella condizione di dover rispondere a domande non facili. Già nel corso della recente assemblea FTAF del 2 giugno ho invitato i presenti ad affrontare un contesto complesso senza perdere il senso della misura e l’ottimismo. Questo è il messaggio che desidero portare anche ai lettori di Ticino Economico. È solo grazie all’equilibrio e all’ingeniosità che lo contraddistingue, che il Ticino saprà uscire da una congiuntura complessa.
Cristina Maderni,
Presidente FTAF, Deputata PLR in Gran Consiglio










