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La visione globale di Riccardo Quadroni

Ritratto di un pioniere dell'imprenditoria che soffia su 90 candeline: dalla nascita di SITAF, alla fondazione di Tigestim. Dall'avventura in Medio Oriente alla sfida del passaggio generazionale.

30 Giugno 2026
in Interviste
Tempo di lettura:5 minuti di lettura
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La visione globale di Riccardo Quadroni
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Signor Quadroni, lei è nato nel 1936 ed è cresciuto in una famiglia numerosa. Nel 1950, a soli quattordici anni, si ritrova a lavorare nei boschi per pagarsi un biglietto del treno verso Zurigo. È stata la pura necessità a muoverla o c’era già il desiderio di diventare indipendente?

È stata una necessità assoluta. Siamo nel 1950, a cinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un ragazzo cresciuto con le capre non può permettersi il lusso di scegliere: deve rifiutare o accettare la prima occasione che si presenta. Mio fratello lavorava a Zurigo e mi propose di raggiungerlo. Così sono andato nella Svizzera interna a fare l’aiutante in una ditta di isolazioni. Ma l’esperienza è durata relativamente poco. Volevano farmi firmare dei contratti cercando di bloccarmi per anni. Così ho preferito rientrare in Ticino. 

Al suo rientro in Ticino il lavoro però non abbondava. Come si è rimboccato le maniche?

Il lavoro in proprio era poco e saltuario, quindi ho dovuto cercare un impiego sotto-padrone. Sono entrato alla ditta Sulzer, che all’epoca era l’unica grande azienda che si occupava di impianti di riscaldamento. La svolta vera è arrivata dopo il servizio militare, quando ho iniziato a fare il doppio lavoro, accettando contratti a cottimo fuori orario. Lì, ho capito che potevo farcela da solo. 

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Nel 1961 nasce la SITAF Isolazioni, la sua prima vera azienda. Che ricordo ha di quel debutto imprenditoriale?

È nata grazie a un incarico di subappalto per un progetto da 18’000 franchi, che per i tempi era una cifra enorme. Negli anni ‘60 e ‘70 il settore delle isolazioni viaggiava di pari passo con un mercato immobiliare in rapidissima espansione. Poi, però, è arrivato un periodo di stasi. Per cercare di rimediare, all’inizio degli anni ‘70 ho tentato la carta dell’espansione in Italia, aprendo un ufficio ufficiale a Monza e una sede commerciale a Lainate. Quella esperienza in Italia è durata circa quattro anni.

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Perché decise di chiudere l’attività italiana?

Non si trattava di concorrenza sul prodotto, ma proprio di un altro sistema economico a cui noi svizzeri non eravamo abituati. Lì i soldi non giravano: si basava tutto sui “pagherò”. Dovevo emettere le fatture e poi andare a scontarle in banca per avere il credito. A un certo punto capisci che rischi di lasciarci la pelle, così ho pagato i debiti e ho chiuso. Però quell’esperienza mi ha dato lo spunto per fare il salto sul campo internazionale. 

In che modo?

Attraverso la ditta di Lainate eravamo diventati fornitori di grossi gruppi germanici che avevano intercettato delle commesse per la Libia. L’ufficio tecnico di Mannheim aveva sbagliato un ordine perché non conosceva i materiali adatti al cantiere. Mi dissero: “Se sei capace, vai in Libia e trova una soluzione”. Sono andato, la soluzione l’ho trovata e ho dovuto fare io il lavoro per loro. Da lì abbiamo iniziato a entrare in un giro immenso. Abbiamo fondato la SITAF International e poi la SITAF Saudia. Sono rimasto domiciliato a Riyadh per circa cinque anni. Era un modo di lavorare avventuroso, ma collaborare con i tedeschi garantiva determinati obblighi e vantaggi. 

Mentre gestiva cantieri enormi in Medio Oriente, ha coltivato una grande passione: il volo sportivo, accumulando ben 1’ 200 ore di volo. Ha viaggiato dall’Iraq all’Africa nera. Questa “prospettiva dall’alto” l’ha aiutata anche come imprenditore a vedere i rischi e le opportunità prima degli altri?

(Sorride) Ma no, quella del volo è sempre stata una parentesi sportiva, un po’ come chi gioca a pallone per hobby. Ho volato molto e per passione soprattutto tra i 30 e i 40 anni; andavo fino a Capo Nord, a Timbuctu o nel mezzo del Senegal. A volte, per lavoro, usavamo un bimotore perché avevo un dipendente che faceva il pilota part-time e con lui volavamo anche di notte. Ma non credo ci sia una metafora filosofica dietro. Era semplicemente un hobby. 

Torniamo a terra. Nel 1989, quando mantenere il bilanciamento tra Ticino e Medio Oriente era ormai diventato insostenibile, lei decise di rientrare definitivamente e fonda la Tigestim. Quale intuizione mancava nel mercato ticinese di allora?

L’attività immobiliare in Ticino si era ampliata, avevamo stabilito la sede a Bioggio e avevamo persino sviluppato attività in Canada e negli Stati Uniti (ndr: dove il figlio ha seguito il Real Estate fino al 2020). La Tigestim è nata nell’89 non tanto per colmare un vuoto di mercato, ma come ditta di servizi centralizzata per gestire le diverse società immobiliari del nostro gruppo, trasformandosi poi nella struttura multidisciplinare di oggi. 

Oggi lei ha 90 anni e ogni giorno va in ufficio. Qual è la sfida più grande per mantenere l’identità familiare di un’azienda in un momento storico così turbolento?

La sfida maggiore è riuscire a impostare l’azienda in modo che possa andare avanti al di là della singola persona. Oggi siamo in un periodo veramente turbolento perché lavoriamo sempre con ditte molto importanti, ma osserviamo che la situazione è complicata e tutti stanno alla finestra. Nessuno fa più contratti a lunga scadenza e le decisioni sono spesso immediate e aggressive.

Lei ha sette figli. Molti hanno scelto strade diverse – chi fa il ricercatore a Losanna, chi l’avvocato a Zurigo, chi insegna agricoltura a Mezzana. Come si gestisce il passaggio generazionale in una famiglia così numerosa?

Ognuno ha scelto la sua strada ed è giusto così. Il mio obiettivo è sempre stato quello di tenere tutto insieme, perché credo che sia più facile gestire un piccolo conglomerato. Ma le ditte sono fatte da uomini, e farle continuare per generazioni è difficile. Ora è arrivato il momento in cui si dovrà pensare a suddividere. 

Se un giovane imprenditore oggi le chiedesse il segreto per farcela partendo da zero, cosa gli risponderebbe?

Il consiglio vale per tutte le epoche: lavorare più del dovuto e spendere meno del potuto. Solo questo e solo in questo modo ti fai il gruzzoletto e vai avanti. Oggi, se devo essere sincero, la società attuale non mi piace molto.

In che senso, signor Quadroni?

Sento continuamente persone che si lamentano di non arrivare alla fine del mese. Ma se uno non ce la fa, l’unica soluzione è lavorare un po’ di più! Invece oggi tutti vogliono lavorare meno. Si parla della riduzione dell’orario di lavoro e ci si lamenta che la cassa malati è carissima, ma la medicina ci ha allungato la vita. E allora lavoriamo due anni in più, andiamo in pensione a 67 anni invece che a 65, e risolviamo i problemi. Invece proporre questa soluzione sembra un sacrilegio. Siamo una società opulenta che versa lacrime di coccodrillo.

Quindi, a suo giudizio, la Svizzera sta perdendo la sua competitività storica?

Assolutamente sì. La politica dice che dobbiamo aumentare i salari, invece dobbiamo diminuire i costi per rimanere competitivi con gli altri Paesi. Abbiamo vissuto per anni sfruttando l’inefficienza politica e burocratica dei Paesi vicini, ma quel volano si sta fermando e le industrie scappano dal Ticino. I paesi intorno a noi hanno ancora appetito, corrono più di noi. Provate oggi a chiedere a uno svizzero di lavorare il sabato… per carità! Ci siamo abituati troppo bene.

Riccardo Quadroni,
Fondatore di SITAF SA e Direttore Tigestim SA
https://www.sitaf.ch
https://www.tigestim.com

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