Intervista a Federica Corso Talento, presidente di ASIAT, sullo sviluppo delle nostre città in un’ottica di resilienza abbinata ad abitabilità.
Architetta ed urbanista, Federica Corso Talento è responsabile e docente presso SUPSI Formazione Continua dei Corsi CAS Città spugna Ticino – La città verde/blu: progettare in chiave resiliente per rigenerare il clima urbano e restituire valore al territorio e Costruire nella Città spugna Ticino – tra acqua e pietra, il verde diventa valore, il clima capitale urbano e l’architettura torna a essere cura. Due percorsi complementari per una sola visione, interessante e sicuramente attuale: costruire e pianificare città che respirano, assorbono e rigenerano.
L’abbiamo intervistata.
Signora Corso Talento, partirei col fare chiarezza sui concetti di “Città spugna” e “Città verde/blu”.
Il concetto di Città spugna nasce dall’idea che la città debba tornare a comportarsi come un ecosistema naturale, capace di assorbire, trattenere e restituire acqua, energia e benessere. La Città verde/blu è la sua espressione visiva e funzionale: il verde rappresenta la vegetazione e le infrastrutture naturali, il blu l’acqua e i sistemi di drenaggio. Quando li uniamo, otteniamo un tessuto urbano che regola il microclima, mitiga le ondate di calore, riduce i rischi idraulici e favorisce la salute psicofisica.
Come è possibile applicare questi concetti al nostro territorio?
In Ticino questi concetti non sono teoria: sono strategie di adattamento. Il nostro territorio, con le sue valli, le colline, le aree industriali e i centri densi, ha bisogno di soluzioni che siano al tempo stesso tecniche, culturali e identitarie. La Città spugna e la Città verde/blu sono la chiave per conciliare paesaggio, economia e clima.
Concretamente, cosa significa costruire nella Città spugna, nella Città verde/blu?
Costruire nella Città spugna significa ripensare l’edificio e lo spazio pubblico come parti di un unico sistema vivente. Ogni tetto, ogni facciata, ogni parcheggio può diventare una piccola infrastruttura idrica o climatica. Non è solo inserire del verde, ma progettare un nuovo concetto di verde – funzionale – come tecnologia: come ombra, come drenaggio, come evaporazione e come biodiversità.
Ci potrebbe fare degli esempi?
Nel lavoro che stiamo portando avanti alla SUPSI, nel CAS Costruire nella Città spugna, analizziamo casi di edifici biofilici che integrano cioè tecniche di ventilazione naturale, accumulo termico, gestione delle acque meteoriche e materiali naturali. Parliamo, nello specifico, di scuole in legno biofiliche, come la scuola Tobelmatt a Zurigo, dove la struttura lignea e il verde esterno regolano il microclima senza impianti energivori, o di quartieri spugna come EVA-Lanxmeer a Culemborg, nei Paesi Bassi, che raccolgono e filtrano localmente tutta l’acqua piovana. Anche i posteggi verdi in Giappone, con pavimentazioni flottanti e aiuole integrate, sono esempi di architettura spugna: superfici che respirano e restituiscono.
Più in generale, come stanno cambiando i modi di progettare la città; quali sono le principali innovazioni nel campo dell’urbanistica e dell’architettura e a quali fattori sono dovute?
Innanzitutto, premetto che la vera innovazione oggi non è solo tecnica: è culturale. Dopo decenni di impermeabilizzazione e consumo di suolo, stiamo tornando a pensare la città come un sistema ecologico. Oggi l’urbanistica disegna cicli naturali, non solo strade e volumi. Detto ciò le innovazioni principali riguardano tre livelli: tecnico (la progettazione idrologica urbana, con rain gardens, bacini di infiltrazione e pavimentazioni drenanti), materiale (il ritorno al legno, alla terra cruda, ai materiali traspiranti e a basso impatto) e sociale (la collaborazione tra pubblico, imprese e cittadini, che diventano co-progettisti del proprio territorio). Per fare un esempio, in SUPSI Formazione continua, grazie ai programmi Il clima al centro del business e Il verde è oro, ci rivolgiamo ad aziende e Comuni. In questo modo, le prime scoprono che il verde non è un costo ma un asset produttivo, capace di ridurre il calore e migliorare la qualità del lavoro, mentre i secondi imparano che ogni franco investito in infrastrutture verdi genera valore sociale e immobiliare. È un nuovo modo di fare economia del territorio, basata su clima, salute e collaborazione.
Riprendendo il tema del clima, ad inizio novembre l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia (MeteoSvizzera) e il Politecnico federale di Zurigo hanno pubblicato degli scenari climatici piuttosto allarmanti; come li commenta?
Lo scenario è serio: la Svizzera si sta scaldando quasi il doppio della media globale, con +2,5 °C rispetto all’epoca preindustriale. Abbiamo meno neve, più eventi estremi, estati più secche e piogge più violente. Per il Ticino, questo significa isole di calore urbane più intense, rischi idrici crescenti e perdita di equilibrio ecologico. Ma possiamo reagire.
In questo, che contributo possono offrire la costruzione, l’urbanistica e la progettazione?
La costruzione e l’urbanistica sono parte della risposta. Ogni progetto edilizio può infatti contribuire all’equilibrio climatico in vari modi, trattenendo acqua, creando ombra, migliorando la permeabilità del suolo o riducendo la temperatura delle superfici. Quello che dobbiamo fare è abbandonare l’idea dell’edificio come oggetto tecnico isolato e tornare a concepirlo come organismo climatico. La natura deve tornare ad avere un ruolo strutturale nella costruzione: alberi, acqua e suolo sono infrastrutture primarie. Solo così potremo parlare di resilienza e non di semplice mitigazione.
Perché il concetto di resilienza è importante nel discorso che stiamo facendo?
Perché arrivare ad un equilibrio climatico non è più una questione solo tecnica: è una questione culturale. E bisogna prendere coscienza del fatto che il modo in cui costruiamo e pianifichiamo oggi decide il tipo di clima che vivremo domani. Ogni edificio, ogni quartiere, ogni strada può diventare parte di un sistema vivente che respira, assorbe, mitiga e restituisce benessere. La costruzione e l’urbanistica hanno quindi una responsabilità straordinaria: trasformare la città da corpo rigido a organismo permeabile, per fare la qual cosa bisogna però passare da una logica di controllo a una logica di relazione con i fenomeni naturali.
E quale ruolo assume quindi la natura in questa nuova logica?
Come detto, in questo senso la natura non è un ornamento, ma la nuova infrastruttura del progetto: un alleato tecnico, climatico e sociale. Integrare la natura significa progettare in modo che l’acqua non sia un problema ma una risorsa, che il verde non sia solo estetica ma microclima, che la materia costruita non isoli ma respiri. E questo, a sua volta, significa restituire alla città la sua capacità di adattarsi, rigenerarsi e prendersi cura di chi la abita.
È questo, in fondo, il senso profondo della Città spugna e della Città verde/blu: luoghi che imparano a convivere con l’acqua e con il calore, che trasformano la vulnerabilità in valore e la sostenibilità in cultura. Costruire e progettare in chiave resiliente significa rimettere la natura al centro del progetto e, con essa, restituire alle persone il diritto di vivere in un ambiente sano, armonioso e capace di futuro.
In questa riflessione e in questo cambio di approccio alla pianificazione degli spazi, conta quindi molto il fine di garantire un maggiore benessere psicofisico delle persone…
Conta tutto. La biofilia – l’affinità naturale dell’uomo per la vita e per i sistemi viventi – è una chiave fondamentale per ripensare il benessere urbano. Un edificio biofilico non solo consuma meno energia: rigenera le persone. Luce naturale, ventilazione, materiali vivi, presenza di vegetazione, acustica morbida: sono elementi che riducono lo stress, migliorano la concentrazione e aumentano la produttività. Le città non devono solo essere efficienti: devono essere abitabili. E il benessere psicofisico è la nuova misura dell’efficienza.
Cosa serve, in conclusione, per compiere questa transizione?
Questa transizione richiede coraggio e visione. Servono nuove competenze tecniche, ma anche una nuova sensibilità collettiva. In Ticino, possiamo fare da laboratorio per tutta la Svizzera: unire innovazione tecnologica e memoria costruttiva, dai saperi alpini alle tradizioni idrauliche mediterranee. La Città spugna, comunque, non è un’utopia: è la prossima normalità. E la buona notizia è che abbiamo già gli strumenti, le conoscenze e le persone per costruirla insieme.










