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Il Ticino non chiede privilegi, ma il riconoscimento della sua unicità

Fabio Regazzi affronta i temi chiave dei rapporti tra Svizzera e Italia: frontalieri, perequazione finanziaria, regolamentazione bancaria e sfide delle PMI in un contesto internazionale sempre più incerto.

9 Luglio 2026
in Interviste
Tempo di lettura:5 minuti di lettura
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Il Ticino non chiede privilegi, ma il riconoscimento della sua unicità

Fabio Regazzi, Presidente USAM e Consigliere agli Stati

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Negli ultimi anni i rapporti tra Svizzera e Italia hanno conosciuto alti e bassi. Quali sono oggi le priorità per rafforzare una collaborazione stabile e duratura tra i due Paesi?

I rapporti tra Svizzera e Italia sono troppo importanti per essere condizionati nel lungo periodo da singoli episodi o tensioni contingenti. Parliamo di due Paesi profondamente interconnessi, sul piano economico, sociale e umano. La strada da seguire è quella del dialogo costante e pragmatico, lontano da logiche emotive. Occorre tornare a concentrarsi sui dossier concreti: fiscalità dei frontalieri, cooperazione transfrontaliera, infrastrutture. In questo senso, il ruolo delle delegazioni parlamentari è proprio quello di mantenere aperti i canali, costruire fiducia e favorire soluzioni condivise. La chiave è una relazione basata sul rispetto reciproco e sulla consapevolezza che le sfide si affrontano meglio insieme.

Il tema dei frontalieri resta centrale nei rapporti tra Svizzera e Italia. Qual è oggi la sfida principale e come andrebbe affrontata?

La sfida principale è trovare un equilibrio sostenibile tra apertura economica e tutela del mercato del lavoro locale. Il frontalierato è una realtà strutturale e, per molti versi, anche una risorsa. Tuttavia, è innegabile che in Ticino genera una certa pressione su salari, occupazione e infrastrutture. In questo contesto si inserisce anche il tema della cosiddetta “tassa sulla salute”, che l’Italia intenderebbe applicare anche ai vecchi frontalieri. È un tema delicato, che ha aperto un contenzioso in particolare con l’Italia e in particolare la Regione Lombardia. Al momento la questione, che per il nostro Cantone assume una valenza importante, è controversa ed è difficile capire come andrà a finire.

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A livello economico il Ticino è sempre penalizzato dalla perequazione finanziaria. Come mai il Consiglio federale non capisce l’unicità del nostro Cantone? Cosa state facendo per far cambiare idea a Berna?

Il problema è noto: il Ticino presenta caratteristiche strutturali uniche – dalla posizione geografica alla forte pressione del mercato del lavoro transfrontaliero – che non sono adeguatamente considerate nei meccanismi attuali di perequazione e che penalizzano manifestamente il nostro Cantone. E questo, francamente, è motivo di crescente frustrazione. Non si può continuare ad applicare criteri rigidi e standardizzati a realtà che standard non sono. Il Consiglio federale tende a rifugiarsi in modelli tecnici che però non colgono le specificità del nostro Cantone. Da parte nostra stiamo lavorando per portare a Berna dati concreti e argomentazioni solide, anche costruendo convergenze con altri Cantoni su singoli aspetti del sistema. Ma è chiaro che serve un cambio di mentalità: non chiediamo trattamenti di favore, chiediamo che venga riconosciuta una realtà oggettiva. Ignorarla ancora a lungo rischia di minare la credibilità stessa del sistema. Ad ogni modo, purtroppo, il tutto è sostanzialmente rinviato al 2029, quando è prevista la revisione della legge sulla perequazione finanziaria. Questo significa che, ancora per diversi anni, il Ticino rischia di continuare a subire un sistema che non tiene sufficientemente conto delle sue peculiarità.

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Lei è intervenuto sul rafforzamento della regolamentazione bancaria. Ci può spiegare la sua posizione?

La stabilità del sistema finanziario è un bene essenziale, su questo non ci sono dubbi. Ma non può essere perseguita a qualsiasi costo. Il rischio concreto oggi è che un eccesso di regolamentazione si traduca in una stretta creditizia e in finanziamenti più onerosi per l’economia reale. In altre parole: meno ossigeno per le PMI. Il contesto è già delicato, con un accesso al credito più difficile negli ultimi anni. Se aggiungiamo nuovi requisiti di capitale e vincoli più stringenti – che colpiscono in particolare grandi istituti come UBS – rischiamo di aggravare ulteriormente la situazione.

C’è poi il tema della competitività internazionale: imporre alle banche svizzere condizioni più severe rispetto ai concorrenti globali significa creare uno svantaggio evidente. E questi costi non restano nelle banche, vengono trasferiti a imprese e cittadini. Quando il credito diventa più caro o più raro, rallentano gli investimenti, soffre l’innovazione e ne risente anche l’occupazione.

Detto questo, bisogna anche evitare di pensare che ogni problema possa essere risolto semplicemente con nuove regole. La crisi di Credit Suisse ha mostrato che il tema non era soltanto normativo, ma anche legato alla capacità di vigilanza e di intervento delle autorità competenti, in questo caso della FINMA. Già in passato ho detto che talvolta si ha l’impressione di una vigilanza molto severa con gli attori minori e meno incisiva quando si tratta dei grandi istituti. Prima di introdurre nuovi oneri, bisognerebbe quindi interrogarsi anche sull’efficacia degli strumenti già esistenti e sul modo in cui vengono applicati.

È giusto voler evitare che in futuro i contribuenti paghino per errori del sistema bancario. Ma tra questo obiettivo e una regolamentazione sproporzionata esiste una linea sottile che non va superata. Il rischio zero non esiste; esiste però il rischio molto concreto di indebolire l’economia reale con misure eccessive. La Svizzera ha sempre saputo trovare un equilibrio tra stabilità e competitività: è questo equilibrio che oggi va difeso.

Nel ruolo di presidente USAM, come valuta lo stato di salute delle aziende svizzere?

Le PMI svizzere dimostrano ancora una volta una grande resilienza. Nonostante un contesto complesso, con costi in aumento e incertezze globali, molte aziende continuano a innovare e a restare competitive. Tuttavia, non bisogna sottovalutare i segnali di pressione: aumento degli oneri amministrativi, difficoltà di reperimento di personale qualificato e margini sempre più compressi. Il problema centrale oggi, poi, è il perdurare dell’incertezza. Le imprese riescono ad adattarsi anche a situazioni difficili, ma hanno bisogno di prevedibilità per pianificare investimenti, assumere e crescere. Invece ci troviamo confrontati con tensioni geopolitiche, instabilità economica, volatilità energetica e continui cambiamenti normativi. La salute complessiva delle aziende svizzere resta buona, ma è chiaramente sotto pressione. Ed è proprio in momenti come questi che la politica dovrebbe evitare di aggiungere nuovi oneri e concentrarsi invece sulla creazione di condizioni quadro stabili e affidabili.

La situazione internazionale è instabile e incerta. In che modo si stanno attrezzando le PMI e cosa può fare il Consiglio federale?

Le PMI stanno reagendo con pragmatismo: diversificano i mercati, rafforzano le catene di approvvigionamento, investono nella digitalizzazione e continuano ad innovare. Ma non possono fronteggiare da sole tutte le incertezze globali. Il Consiglio federale deve garantire stabilità interna: sicurezza giuridica, accesso ai mercati e prevedibilità delle decisioni. In particolare, è fondamentale evitare nuove regolamentazioni inutili e proseguire con una politica che garantisca condizioni quadro affidabili e competitive, come ad esempio un mercato del lavoro flessibile e liberale, e soprattutto riducendo la burocrazia.

Quali sono i tre progetti prioritari per il Ticino in questo momento? 

Se vogliamo essere concreti, vedo tre priorità chiare. Primo: rafforzare la competitività fiscale ed economica del Cantone, riducendo oneri e rendendo il Ticino più attrattivo per imprese e investimenti. Secondo: intervenire in modo più incisivo sul mercato del lavoro, anche attraverso strumenti mirati per richiamare giovani talenti che si recano Oltralpe per gli studi e non rientrano nel nostro Cantone. Terzo: accelerare sugli investimenti infrastrutturali strategici – penso in particolare ai collegamenti stradali e ferroviari – che sono essenziali per un Cantone di frontiera e a forte vocazione turistica.

Fabio Regazzi,
Presidente USAM e Consigliere agli Stati
www.sgv-usam.ch

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